CRIMINI DI PACE: ELENA 19 ANNI ARSA VIVA IN UN REPARTO PSICHIATRICO

Il 13 agosto, nell’ ospedale papa Giovanni XXIII di Bergamo, divampa un incendio. A seguito di ciò muore una ragazza di diciannove anni, legata ad un letto di contenzione. Il suo nome è Elena. La direzione sanitaria si affretta, attraverso gli organi di stampa, a giustificare la contenzione come forma di tutela esercitata proprio “a beneficio” della paziente, rea di aver precedentemente tentato il suicidio.

La morte di Elena, è sicuramente un dramma personale che esige cautela nell’ affrontarlo. Rispettando soprattutto  il dolore di chi l’ha amata. Tuttavia non si può neppure considerare un episodio isolato.
Vorremmo ricordarli tutti e tutte. Nome per nome. Ma la lista di quanti e quante hanno perso la vita in reparto in circostanze, per certi versi analoghe, è  interminabile. Le morti in spdc (Servizi psichiatrici diagnosi e cura) esprimono realisticamente lo stato dell’ arte della democratica psichiatria post manicomiale a più di 40 anni dall’ entrata in vigore della legge 180. La mesta continuità con cui si verificano evidenzia la contraddizione di una presa in carico giustificata dalla cura del paziente, che passa attraverso la coercizione, la disumanizzazione, il panottismo.

Come mai una pratica, che la legge contempla come eccezione e rispetto alla quale ha elaborato protocolli d’ applicazione, viene esercitata con sistematicità e in modo assolutamente “discrezionale” ? I reparti ospedalieri restano non luoghi di rimozione della coscienza collettiva. Universi concentrazionari  dove si consuma ferocemente la separazione fisica e concettuale tra sani e malati. La segregazione  a cui i/le pazienti sono sottoposti/e  registra quanto ancora sia in voga il paradigma manicomiale. Quanto la psichiatria  declini il proprio intervento in chiave custodialistica. Quasi a voler ancora salvaguardare le relazioni sociali dalla contaminazione con lo stato morboso.

Inoltre, in nome della tanto sbandierata sicurezza, ogni stanza è dotata di telecamera, collegata ad un pannello situato in un luogo centrale del reparto. Dietro al monitor si presume esserci un infermiere/sorvegliante. Viene da chiedersi: come mai la tecnologia a disposizione del personale  si è rivelata inefficace circa lo scopo per la quale è stata impiegata? Perché non ha messo in sicurezza i pazienti? In verità dietro alle lenti si rifrange l’occhio clinico, programmato per registrare quei comportamenti “utili” all’economia delle diagnosi. Proprio le pratiche che sussistono nei reparti  rivelano i motivi economico politici a suffragio dei neo manicomi. Non luoghi deputati a dar visibilità alla malattia mentale. A dargli un nome che rientri nella tassonomia diagnostica. Il tema della sicurezza è una scusa per aggirare la normativa sulla privacy. Un alibi utile ad accreditare l’ associazione tra comportamento deviante e valutazione clinica.

Ciò che viene comunemente percepito come una misura di tutela, si rivela così un buon strumento per definire con più enfasi, il profilo patologico del paziente. D’altronde, quest’ ultimo potrà impugnare le riprese video a crimine già avvenuto, quando è ormai vittima conclamata di un abuso. La storia di Mastrogiovanni dice forse qualcosa?

La 180 è una rivoluzione tradita. Oggi dei suoi principi ispiratori non resta che la retorica. Eppure, dalla lettura del presente, emergono le stesse contraddizioni di sempre!
La triste vicenda di Elena non può esser archiviata come un incidente o un episodio di malasanità. Fermare le morti in spdc vuol fare i conti con i diritti negati, con lo stato d’ abbandono che vivono i/le pazienti. Una deprivazione che si esprime ad un livello fisico, affettivo, quanto giuridico.
“…E dunque, non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te” .

La morte di Elena è un fatto che riguarda tutti. Per questo viene spontaneo scandire, anche con rabbia, due parole: verità e giustizia.
La morte di Elena è un ulteriore crepa, nel muro di menzogne e complicità, che la psichiatria clinica erige intorno alle proprie pratiche e alla propria cultura.

BASTA MORTI NEI REPARTI PSICHIATRICI!!

operatori ex Telefono Viola – Bergamo,  Telefono Viola – Sicilia, Telefono Viola – Piacenza

www.telefonoviola.org

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa

 

ANCORA SEQUESTRI IN MANICOMIO

Ieri, giovedì 22 agosto siamo intervenuti presso il reparto S.P.D.C del Policlinico S.Matteo di PAVIA.Per l’ennesima volta la persona ricoverata da una ventina di giorni in regime volontario (dopo 10 giorni  in T.S.O)  gli veniva impedito di uscire dal reparto.

Sono anni che entriamo nei reparti e verifichiamo personalmente che il sequestro di persona è la prassi.

Ormai tutti gli psichiatri si autoproclamano “basagliani”, sopratutto quando si devono confrontare con noi, ma poi nei fatti, consolidano le consuete pratiche manicomiali, ancora oggi riscontrabili presso i vari servizi territoriali, ospedalieri e residenziali che la psichiatria è in grado di predisporre nei vari territori.

Oggi 23 agosto la persona interessata è uscita dal manicomio!

Una gioia che ci stimola nel proseguire nel complesso e tortuoso percorso che abbiamo intrapreso da alcuni anni. La loro sconfitta dimostra chiaramente che con la determinazione della persona rinchiusa e il supporto esterno in grado di porre al muro le istanze blaterate dai medici, la libertà la si riconquista.

Rilanciamo l’appello indirizzato ai soggetti interessati a collaborare con noi, di contattarci per poter aumentare le  forze e conseguentemente essere ancora più presenti e incisivi nelle varie circostanze in cui le persone richiedono un reale sostegno.

TELEFONO VIOLA – Piacenza              www.telefonoviola.org

N.B  la pagina fb ” telefono viola.org”  da tempo non è gestita da noi e riporta contenuti che non sono mai stati condivisi da chi gestisce ancora questo sito (Telefono Viola di Piacenza e della Sicilia) anche se fornisce i nostri riferimenti.

 

 

STOP ELETTROSHOCK

NO ELETTROSHOCK!
PRESIDIO INFORMATIVO CONTRO L’USO DELL’ELETTROSHOCK
SABATO 1 GIUGNO alle ore 16  a PISA
c/o Ingresso Ospedale S. Chiara in Via Paolo Savi angolo via Niccolò Pisano

STOP ELETTROSHOCK!

L’elettroshock oggi viene chiamato TEC (terapia elettroconvulsiva) ma rimane la stessa tecnica inventata nel 1938 da Cerletti e Bini. Si tratta di corrente elettrica che passando dalla testa  e attraversando il cervello produce una convulsione generalizzata. Migliorandone le garanzie burocratiche, così come introducendo alcune modifiche nel trattamento, vedi anestesia totale e farmaci miorilassanti , non si cambia la sostanza della TEC.
A più di ottanta anni dalla sua invenzione, possiamo affermare che l’elettroshock è l’unico trattamento, che prevede come cura una grave crisi organica dei soggetti indotta a tale scopo, mai dichiarato obsoleto.

Perché questo trattamento medico – che per stessa ammissione di molti psichiatri che lo hanno applicato e che continuano ad applicarlo – utilizzato in passato come metodo di annichilimento dell’umano, come strumento di tortura, come mezzo repressivo contro la disobbedienza, non viene dichiarato superato dalla storia e dalla scienza?

È sufficiente praticare un’anestesia totale per rendere più umana e dignitosa la sua applicazione?
Basta chiamarla terapia per renderla legittima?
Possono dei benefici temporanei, che per avere effetto devono comunque essere accompagnati dall’assunzione di psicofarmaci, essere un valido motivo per usare questo trattamento?
Si possono ignorare gli effetti negativi dell’elettroshock?

In Italia, sul finire degli anni novanta, i presidi sanitari dove era possibile praticare l’elettroshock erano nove – sei pubblici e tre privati. Venne presentata una campagna, “Sdoganare l’elettroshock”, dai più illustri psichiatri organicisti aderenti all’AITEC (Associazione Italiana Terapie Elettroconvulsive), che principalmente chiedeva due cose: un aumento dei presidi autorizzati tale che si potesse coprire la richiesta di una struttura ogni milione di abitanti e la promozione di iniziative culturali tese ad una rivalutazione di quella che era la percezione pubblica dell’elettroshock. Fu così che gli apparati politici italiani intervennero in materia predisponendo, per la prima volta, un percorso teorico e normativo che identificasse delle linee guida condivise tra apparati istituzionali pubblici e privati e le richieste della psichiatria.

In Italia negli ultimi anni si tende a incentivare l’utilizzo delle terapie elettroconvulsive, non solo come estrema ratio ma anche come prima scelta. Per esempio nel trattamento delle depressioni femminili entro i primi tre mesi di gravidanza, poiché ritenuto meno pericoloso degli psicofarmaci nei primi periodi di gestazione umana. Anche per quanto riguarda ipotetici problemi di depressione post partum  la TEC viene addirittura pro-posta quale terapia adeguata e meno invasiva per le neo mamme rispetto agli psicofarmaci o ad un Trattamento Sanitario Obbligatorio.

Nel 2011 le strutture ospedaliere coinvolte, cioè quelle che hanno eseguito almeno una TEC in un anno, erano 91. Nel triennio che va dal 2008 al 2010, 1.406 persone sono state sottoposte a elettroshock. La maggioranza dei trattamenti riguarda le donne, 821 contro 585 uomini, e la fascia d’età va in media dai 40 ai 47 anni. Nel 2008 i pazienti over 75 che hanno subito la TEC erano 21, l’anno dopo 39.
Oggi i centri clinici dove si fa l’elettroshock sono 16 e i pazienti all’incirca 300 l’anno.
I meccanismi di azione della TEC non sono noti. Per la psichiatria «rimane irrisolto il problema di come la convulsione cerebrale provochi le modificazioni psichiche» e «non è chiaro quali e in che modo queste modificazioni (dei neurotrasmettitori e dei meccanismi recettoriali) siano correlate all’effetto terapeutico» (G. B. Cassano, Manuale di Psichiatria). Ma per chi subisce tale trattamento la perdita di memoria e i danni cerebrali sono ben evidenti e possono essere rilevati attraverso autopsie e variazioni elettroencefalografiche anche dopo dieci o venti anni dallo shock.
Ciò che resta di certo, quindi, è la brutalità, la totale mancanza di validità scientifica e l’assenza di un valore terapeutico comprovato.
Ci teniamo, quindi, a ribadire che nonostante le vesti moderne l’elettroshock rimane una terapia invasiva, una violenza, un attacco all’integrità psicologica e culturale di chi lo subisce. Insieme ad altre pratiche psichiatriche come il TSO, l’elettroshock è un esempio, se non l’icona, della coercizione e dell’arbitrio esercitato dalla psichiatria. Il percorso di superamento dell’elettroshock e di tutte le pratiche non terapeutiche deve essere portato avanti e difeso in tutti i servizi psichiatrici, in tutti i luoghi e gli spazi di cultura e formazione dove il soggetto principale è una persona, che insieme ai suoi cari, soffre una fragilità.

COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO ANTONIN ARTAUD – PISA
COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO SENZANUMERO – ROMA

INDAGINE SU UN’EPIDEMIA. Lo straordinario aumento delle disabilità psichiatriche nell’epoca del boom degli psicofarmaci

Recensione di BALDIG 77 al nuovo libro di Robert Whitsaker

«Indagine su un’epidemia. Lo straordinario aumento delle disabilità psichiatriche nell’epoca del boom degli psicofarmaci» di Robert Whitaker, edizioni Giovanni Fioriti

«Se disponiamo di trattamenti davvero efficaci per i disturbi psichiatrici, perché la malattia mentale è diventata un problema di salute sempre più rilevante? Se quello che ci è stato raccontato finora è vero, cioè che la psichiatria ha effettivamente fatto grandi progressi nell’identificare le cause biologiche dei disturbi mentali e nello sviluppare trattamenti efficaci per queste patologie allora possiamo con concludere che il rimodellamento delle nostre convinzioni sociali promosso dalla psichiatria è stato positivo. … Ma se scopriremo che la storia è diversa – che le cause biologiche dei disturbi mentali sono ancora lontane dall’essere scoperte e che gli psicofarmaci stanno, di fatto, alimentando questa epidemia di gravi disabilità psichiatriche – cosa potremo dire di aver fatto? Avremo documentato una storia che dimostra quanto la nostra società sia stata ingannata e, forse, tradita».

Il libro di Whitaker è un percorso, uno studio storico e scientifico dalla nascita degli psicofarmaci fino a oggi. La domanda di partenza è: come mai nell’era del boom degli psicofarmaci c’è un aumento delle disabilità psichiatriche?

Se davvero sono avvenuti questi progressi ci dovremmo aspettare una riduzione dei pazienti in psichiatria, che dovrebbe essere ancor più evidente con l’avvento degli psicofarmaci di seconda generazione dal 1988 in poi. Invece il numero dei casi di persone che hanno una disabilità cronica dopo l’uso degli psicofarmaci è in aumento. Gli psicofarmaci, oltre ad agire solo sui sintomi e non sulle cause della sofferenza della persona, alterano il metabolismo e le percezioni, rallentano i percorsi cognitivi ed ideativi contrastando la possibilità di fare scelte autonome, generano fenomeni di dipendenza ed assuefazione del tutto pari, se non superiori, a quelli delle sostanze illegali classificate come droghe pesanti, dalle quali si distinguono non per le loro proprietà chimiche o effetti ma per il fatto di essere prescritti da un medico e commercializzate in farmacia.

Le cause biologiche dei “disturbi mentali” sono ancora lontane dell’essere scoperte, invece sono gli psicofarmaci – dagli studi scientifici che Whitaker ci mostra – che presi a lungo andare portano a gravi squilibri chimici nel nostro cervello. Nella nostra società è dato per scontato dalla maggioranza della popolazione che la depressione è associata ad una mancanza di serotonina, ma come ci spiega bene il libro “indagine su un’epidemia” non c’è nessun studio scientifico che lo dimostra.

Negli ultimi 40 anni, la psichiatria ha rimodellato, in profondità, la nostra società. Attraverso il suo Manuale Diagnostico e Statistico (DSM) la psichiatria traccia la linea di confine fra ciò che è normale e ciò che non lo è. La nostra comprensione sociale della mente umana, che in passato nasceva da fonti di vario genere, ora è filtrata attraverso il DSM. Quello che finora ci ha proposto la psichiatria è la centralità degli “squilibri chimici” nel funzionamento del cervello, ha cambiato il nostro schema di comprensione della mente e messo in discussione il concetto di libero arbitrio. Ma noi siamo davvero i nostri neurotrasmettitori?

L’allargamento dei confini diagnostici favorisce il reclutamento, in psichiatria, di un numero sempre più alto di bambini e adulti. Oggi a scuola sono sempre di più i bambini che hanno una diagnosi psichiatrica e ci è stato detto che hanno qualcosa che non va nel loro cervello e che è probabile che debbano continuare a prendere psicofarmaci per il resto della loro vita, proprio come un “diabetico che prende l’insulina”.

Fermare l’epidemia è possibile? Rompendo il legame fra psichiatria e multinazionali produttori dei farmaci e se gli psichiatri ascoltassero i loro pazienti su quello che hanno da dire sui gravi effetti collaterali, forse avremo pochi che proseguano un trattamento psicofarmacologico a lungo termine.

OPERATORI,VOLONTARI,ATTIVISTI,COLLABORATORI…CERCANSI

Da sempre il lavoro,non retribuito,di gestione del TELEFONO VIOLA è portato avanti da volontari/operatori.

Se vuoi collaborare in qualche maniera,(al di là della gestione diretta della linea)con le tue personali disponibilità,CONTATTACI!!

Da sempre siamo alla ricerca di nuove collaborazioni con legali e medici ma qualunque sia la tua professione.CONTATTACI!!     Sarai il benvenuto!!

Per comprendere maggiormente il progetto che portiamo avanti da anni,consulta il sito.

Per chi fosse interessato ci contatti dal 1.9.Ovviamente sarà necessario incontrarci personalmente e valutare se ci sono le condizioni per poter collaborare.Contattateci  tramite i nostri numeri…
(ricordiamo che non comunichiamo tramite i social e/o e-mail).
NON ABBIATE TIMORE,FATEVI AVANTI,
la vostra disponibilità sara’ certamente utile per le tante persone che ci contattano e/o incontriamo personalmente.
a presto!
Gli operatori del Telefono Viola di  Bergamo,Piacenza,Reggio Emilia,Sicilia.

APPELLO per i DIRITTI,LA LIBERTA’ e LA DIGNITA’ NELLE “CURE” PSICHIATRICHE.

Pubblichiamo questo appello prodotto da realtà impegnate in un percorso finalizzato alla riforma della legge 833 che regola il T.S.O .(proposta di legge:”la libertà è terapeutica”).

Per quanto ci riguarda non siamo per riformare il T.S.O,ma per  abolirlo.

Considerando la realtà attuale riteniamo  opportuno sottoscrivere il seguente appello.

Telefono Viola  Bergamo,Reggio Emilia,Piacenza,Sicilia

APPELLO PER I DIRITTI, LA LIBERTÀ E LA DIGNITA’ NELLE CURE PSICHIATRICHE
In occasione dei 40 anni della legge “180”, impropriamente nota come legge basaglia, dal
nome dello psichiatra che ispirò il movimento di superamento del manicomio in italia, ma che non se ne assunse mai la paternità, i sottoscritti:

1. ricordano che la legge 180 del 1978 fu una “controriforma”, giacché fu approvata allo scopo di impedire la celebrazione del referendum promosso dal partito radicale, che se approvato avrebbe realmente “riformato” il trattamento psichiatrico confinando le “cure involontarie” alle situazioni di effettiva urgenza ed indifferibilità;

2. Rilevano che la disciplina introdotta riguardo al trattamento sanitario obbligatorio:

a) presenta plurimi profili di inadeguatezza costituzionale concernendo una condizione di
coercizione sprovvista delle garanzie di difesa tecnica e di contraddittorio, basata su
presupposti indeterminati, priva di una verifica di legalità precedente il ricovero
coatto;
b) ha evidenziato come le figure di garanzia, comunque inadeguate, previste dalla
procedura: dai medici, al sindaco, al giudice tutelare, abbiano totalmente disatteso il
rispettivo ruolo attribuito a tutela del “paziente” e del rischio di abuso, muovendosi
attraverso “automatismi” burocratici sordi ad ogni ragione di rispetto della persona;
c) ha manifestato la sua inadeguatezza lasciando sul terreno “vittime” della fase di
applicazione come della fase di esecuzione concreta del trattamento coercitivo. Oggi
subire un TSO (un morto all’anno su 8.000 TSO) è statisticamente oltre 3 volte più
rischioso che arrampicarsi in roccia senza imbragature, corde o protezioni (un morto
ogni 27.000 arrampicate);

3. Denunciano la situazione di oggettiva impunità in capo agli operatori psichiatrici che
effettuano interventi coatti giustificati spesso in nome dello stato di necessità e del diritto alla cura, dimenticando che tale diritto deve armonizzarsi, costituzionalmente, con il corrispettivo diritto a rifiutare le cure, garantito a tutti i cittadini e ribadito della recente legge 219 del 2017 recante “norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”.

FRA DIAGNOSI e PECCATO la discriminazione secolare in psichiatria e nella religione

A QUARANT’ANNI DALLA  LEGGE  180
I MANICOMI SONO ANCORA TRA NOI!

SABATO  23  GIUGNO

presentazione del libro

FRA  DIAGNOSI e PECCATO – LA DISCRIMINAZIONE SECOLARE NELLA PSICHIATRIA E NELLA RELIGIONE

Approfondimento inedito e dettagliato del legame fra la disciplina psichiatrica e gli ambiti religiosi. Emerge una pianificata incoerenza fra gli intenti dichiarati e una prassi, sia storica che attuale, legittimata nell’amministrare un’esclusione sociale edificata sul controllo e sul profitto. Attraverso il labile concetto di “norma comportamentale” viene sancita ogni devianza, declinandola sui peccati e sulle diagnosi. Fra senso di colpa, paura, emarginazione, conformismo, paradossi filosofici, punizioni e sofferenza si collocano le esperienze eccezionali di chi ha saputo resistere, di chi non ha accettato l’annientamento della propria libertà. La volontà di ricostruire una memoria cancellata dai timbri maschili darà voce a un coro femminile che ridipingerà contesti storici e pensieri scomodi. Se l’umanità non temesse l’imprevedibilità, potrebbe non delegare le soluzioni a elaborazioni totalitarie. L’analisi è completata da un’intervista a un esorcista e dalle conversazioni con il medico Giorgio Antonucci e con l’antropologa Michela Zucca.

sarà presente l’autrice CHIARA GAZZOLA

ORE  18
presso lo spazio esterno della BIBLIOTECA DI STRADA – VIA SERRAVALLE – ZONA INFRANGIBILE – PIACENZA

A SEGUIRE
Buffet vegan di autofinanziamento

organizza  TELEFONO VIOLA di Piacenza

www.telefonoviola.org    www.telefonoviolapiacenza.blogspot.it

fb:telefonoviola.org – Non comunichiamo tramite facebook ma solo per telefono.

Da Cinisello Balsamo(Mi),aggiornamento riguardo alla vicenda di S.D.

Con grande piacere comunichiamo che S.D. ha deciso in data 14.5 di non accettare il trasferimento presso una comunità psichiatrica ma di far rientro a casa.

Finalmente ricontreremo S.D. lontano dalle mure dei neo-manicomi anche se riteniamo che il manicomio sia in realtà non  solo un luogo di reclusione ma una logica che squalifica la persona,classificata dalla pseudo-scienza psichiatrica,una “malata” a cui troppo spesso vengono imposte fantomatiche “cure e tutele”…A quarant’anni dalla legge 180 la cultura manicomiale è ancora ben presente tra i vari servizi psichiatrici,tra le aule dei tribunali e nella stessa società in cui viviamo.Rompiamo il silenzio  imposto dalla violenza psichiatrica e sosteniamo chi vuole alzare la testa per riprendersi libertà e dignità ,spesso negate.L’indifferenza è complicità!

Cinisello Balsamo(Mi)18.5.2018

TELEFONO VIOLA -Piacenza
TELEFONO VIOLA -Sicilia

www.telefonoviola.org     

Ospedale Bassini di Cinisello Balsamo(Mi): 2 MESI RINCHIUSO IN PSICHIATRIA

In data 23.3.2018,i Telefoni Viola di Piacenza e Sicilia raccolgono una richiesta d’aiuto del signor S.D.,il quale è ricoverato in regime di T.S.O. dal 25.2 presso il reparto psichiatrico(S.P.D.C)dell’ospedale Bassini di Cinisello Balsamo(Mi).

I volontari della sede di Piacenza,si recano in reparto per incontrare S.D. in data 26.3.2018

La persona in questione,sollecita un intervento al fine di uscire dal reparto e rientrare al proprio domicilio. S.D.,fin dal suo ingresso in ospedale,accetta la somministrazione della terapia predisposta dal personale sanitario, tuttavia gli è negata la richiesta di ricevere copia della documentazione relativa al T.S.O.

La legge 833 prevede, che si possa legalmente predisporre un T.S.O,solo nel caso in cui ci sia un rifiuto della terapia proposta da 2 medici(al di là delle valutazioni soggettive di natura “clinica” espresse dai sanitari).Nel momento della predisposizione del T.S.O,da parte del sindaco,il ricoverato ha diritto a ricevere una notifica,ma ad oggi (7.5.2018) S.D. non ha ancora ricevuto copia dei documenti richiesti.

Il giorno stesso,il Telefono Viola di Piacenza relaziona la visita effettuata a Cinisello Balsamo e in data 27.3,invia le richieste sopracitate rispettivamente al:

Direttore sanitario dell’ospedale Bassini;
Responsabile del reparto psichiatrico(S.P.D.C);
Direttore del D.S.M competente.

Nessuna delle parti risponde e negano ogni contatto telefonico.Primo chiaro segnale del loro spirito collaborativo…

In data 6.4,la Direzione sanitaria proibisce la visita in reparto ad un operatore dell’associazione,confermando la volontà dei medici d’impedire al paziente(anche se sarebbe più opportuno definirlo sequestrato)di ricevere assistenza legale,offerta gratuitamente dal Telefono Viola. S.D. non può comunicare con l’esterno, poiché il personale dopo avergli sequestrato il cellulare,ne governa l’utilizzo,condizionando così,un principio ispiratore della legge 180/Basaglia.

Dopo vari solleciti,la Direzione sanitaria accetta di incontrare una rappresentanza del Telefono Viola di Piacenza ed un avvocato che collabora con l’associazione. All’appuntamento la direzione difende le proprie scelte, quali misure prese a “tutela del paziente”…
Secondo il parere dei sanitari,S.D.,dopo quasi 2 mesi di T.S.O(dal 2.3 al 20.4,inspiegabilmente predisposto dal Sindaco di Cinisello e autorizzato dal Giudice Tutelare del Tribunale di Monza),necessità di ulteriori accertamenti e cure.

Si ritiene imperdonabile che la Direzione calpesti i pochi diritti del paziente psichiatrico,sanciti da una legge(833)che va rispettata,anche presso il reparto S.P.D.C dell’ospedale Bassini.
Il 19.4, i legali predispongono un ricorso del T.S.O,nel quale si contesta:la mancanza di notifica dei provvedimenti(T.S.O)prorogati ogni 7 giorni per 2 mesi,l’interdizione ai legali e agli operatori di incontrare personalmente S.D.,l’accettazione da parte del paziente della “terapia”,condizione necessaria per revocare un T.S.O.

Dopo ben 18 giorni dall’udienza del 19.4 il Giudice Tutelare rigetta il ricorso definendolo erroneamente “infondato”.Il Tribunale falsifica la realtà dichiarando che S.D. non ha espresso ai sanitari l’accettazione della terapia.Al di là delle comunicazioni verbali quello che oggettivamente conta è il comportamento collaborativo di S.D riguardo l’assunzione della terapia e l’ostruzionismo dei sanitari nei confronti del Telefono Viola.

Attualmente,S.D. e’ ricoverato dal 20.4 in T.S.V(trattamento sanitario volontario),verrà trasferito in una comunità come da lui richiesto ma i sanitari hanno già rimandato il collocamento previsto per il 3.5 causa le sue forti preoccupazioni in merito alla reale destinazione.Il suo cellulare è stato nuovamente sequestrato…

In data 7.5,durante un incontro con S.D.,i suoi genitori e la responsabile del S.P.D.C, otteniamo la restituzione del telefono che gli permette di contattarci e rassicuriamo S.D e sollecitiamo la responsabile perché il trasferimento presso la struttura residenziale possa effettuarsi tra pochi giorni e conseguentemente abbandonare,finalmente,il reparto.

La comunità non sarà certamente risolutiva nei confronti delle problematiche riscontrate da S.D, ma indubbiamente la sua libertà verrà,anche se in minima parte,riconquistata.
Dopo i continui interventi del Telefono Viola la situazione è indubbiamente migliorata,la struttura ospedaliera dimostra maggiore disponibilità a collocare S.M presso la comunità nonostante legittimi totalmente le sue pratiche,ovverosia di “curare” una persona sequestrandola per due mesi(dal 25.3 al 20.4).

Alla faccia di chi pensa che i manicomi siano scomparsi…

La resistenza di chi non accetta di essere considerato “nuda vita”, di chi rifiuta la solitudine, l’isolamento e i ricatti imposti dai servizi psichiatrici, aiuta a far chiarezza circa una realtà ordinaria che si serve della menzogna e di un “uso creativo” della legge, per difendere la cultura manicomiale.La trasmutazione semantica di alcune parole,ne è l’esempio più pertinente.

Queste contraddizioni e questi abusi raggiungono la cosiddetta normalità in una veste più addomesticata.Per tale ragione,è fondamentale risignificare questa ordinarietà alla luce di un apporto plurale,collettivo,multidisciplinare al tema. Poiché l’isolamento fisico e l’annientamento sono consequenziali ad un isolamento morale e politico.Le violenze fisiche e psicologiche(anche quelle legalizzate)presso i sevizi ospedalieri,residenziali,diurni e ambulatoriali sono,a quarant’anni dall’entrata in vigore della legge 180/Basaglia,una prassi non un’eccezzione.

Per quanto ci riguarda continueremo a fornire sostegno concreto a S.D. e a tutti i soggetti che esprimono la volontà di resistere alle logiche manicomiali e di liberarsi dalla morsa psichiatrica esclusivamente abile nel patologizzare e conseguentemente medicalizzare ogni resistenza e ogni problematica esistenziale.

Cinisello Balsamo(Mi) 10.5.2018

TELEFONO VIOLA -Piacenza,TELEFONO VIOLA -Sicilia.
www.telefonoviola.org

SOCIALMENTE PERICOLOSO, 10 ANNI DI PERSECUZIONE PSICHIATRICA E GIUDIZIARIA

Cerco di riassumere soltanto il decennio di vita rubatami in nome del niente di quanto possa esser paradossale il campo della misura di sicurezza per chi è stato prosciolto per vizio di mente.
Iniziò il mio calvario nell’ottobre del 2008 quando incappai in un equivoco di polizia conclusosi con me accusati di resistenza all’arresto minacce e danneggiamento e su consiglio di un buontempone di avvocato di richiedere il proscioglimento per infermità mentale mi ritrovai catapultato nella più straordinaria ed impensabile delle
trappole infernali che la vita mi potesse far immaginare , ebbene si poco dopo la mia traduzione in OPG Montelupo fiorentino compresi le molteplici dinamiche balorde che legavano la pericolosità sociale e le già note logiche psichiatriche in ambito giudiziario (tutt’altro che l’ordinaria disciplina psichiatrica da nosocomio )dai famosi due anni che poi divennero il resto dei miei giorni non mi arresi un po’ come tutti coloro che senza alcuna speranza piuttosto che piegarsi ad una vita indecorosa si suicidavano (negli OPG a differenza dei carceri i
suicidi o gli omicidi riuscivano ad esser meglio camuffati con la storia del…pazzo ) nonostante ero uno di quelli che era ben conscio di non aver problematiche da dover assumere farmaci compresi come dovevo star al teatrino della terapia obbligatoria ben presto e riuscivo astutamente sia a schivar inutili farmaci sia a non crollare mentalmente sapendo che una speranza concreta di uscita non la possedevo dato che l’allora passaggio obbligatorio per l’uscita dall’OPG era la comunità che ovviamente si prestavano al ping pong fra OPG e rispedirli al mittente intascando a rotazione bei soldoni dalle regioni (ovviamente nessuna comunità era felice di ospitare soggetti provenienti dalla terra dei mostri non solo questione di prestigio e così organizzavano i famosi cavalli di ritorno).
Io sapevo bene che altra strada per sperare non esisteva e nonostante accettai i tempi di attesa si mostrarono oltremodo lunghi intanto cercavo di riassaporare un pochino il varco del muro del pianto uscendo quelle poche ore in permesso in attesa che chi sa quale raccomandazione per un posto a Roma uscisse e dopo due anni un ospizio per disabili mi accolse stetti li per un anno come da copione in attesa che i servizi sociali dsm mantenessero parola datami nell’affidarmi a genitori e quindi libertà vigilata a casa propria ma così non fu dichiararono i
miei genitori non idonei all’affidamento lasciando un’unica scelta finisci il resto dei tuoi giorni accettando l’ospizio per disabili da nosocomio oppure l’OPG li iniziò la mia guerra e sostenuto anche da un avvocato veramente unico e umano inizia a rifiutare lo star in struttura oltremodo squalificante e inidonea e di tutta risposta il
magistrato di sorveglianza di roma mi spediva all’opg di aversa noncurante del lecito e di quanto era ingiusta tale decisione di aggravamento nei miei confronti finì ad aversa e li riuscì finalmente a tirar giù il sipario sul finto pazzo chiedendo di valutare oggettivamente la mia presunta condizione patologica senza pregiudizio clinico difatti ottenni il riconoscimento che non ero affetto dalla patologia che mi consentì il proscioglimento e che non necessitavo di alcuna terapia psichiatrica neanche blanda …ciò nonostante rimasi 13 mesi in manicomio e successivamente affidato alla mia compagna di allora (relazione che nacque con un infermiera fra le mura dello Ospizio di disabili psichici gravi)quando usci dall’opg di aversa la cassazione si pronunciò dandomi ragione sia per l’ingiusta detenzione e sia per le motivazioni di mancanza di una perizia psichiatriche che mi condusse
all’opg ciò nonostante non mi venne manco riconosciuto un risarcimento danni ne terminò la mia odissea che dai famosi 2 anni si allungò fino ad oggi ebbene si di assurdità ne avevo sentite e di ingiustizie pure ma una cosa simile credo proprio sia da record considerando il come il tribunale di sorveglianza di Roma più passava
il tempo e meno erano intenzionati a revocare la misura consentendomi un esistenza normale non mi soffermo delle problematiche che ho incontrato nel corso degli anni e di quanto miserabili magistrati di Roma possano aver intralciato e ad oggi incenerito la mia esistenza senza che io abbia più commesso alcun crimine in un decennio esatto e ne abbia avuto condotte insane ovviamente questi 6 anni li ho trascorsi in regime di libertà vigilata con i classici obblighi e cercavo di reinserirmi socialmente con le mie capacità di artigiano in proprio come idraulico
considerando le restrizioni impostemi poco potevo per orari e per allontanamenti dal proprio comune di residenza e senza ricever nessun sostegno facevo del mio meglio nel vivere con genitori per costrizione e non per pigrizia o timore del vivere da soli in seguito conobbi una giovane ragazza da cui ebbi un figlio cosa che mi stravose nell’unica gioia che la vita mi donò seppur non era il top delle madri e delle compagne che un uomo potesse aver al suo fianco rinascevo accanto a mio figlio di ogni dramma di vita subito ristrutturai la mia casa per renderla pratica per la nuova famiglia e cercai in ogni istante di esser il magnifico padre che sempre ho sognato di esser anche se i controlli notturni a cui ero sogetto non erano proprio il top per la quiete notturna del neonato cercavo di lottare nel far capire come fossero inadeguati nella circostanza e quanto turbassero la quiete familiare ma
ebbi solo dinieghi sempre da umanissime magistrate del tribunale di sorveglianza di Roma (in dieci anni qualunque istanza o richiesta potessi avanzare a priori veniva negata) in breve nel 2017 si apriva nuovamente il terrore di un aggravamento della misura di sicurezza a causa di malfunzionamenti del mio citofono condominiale che nonostante
ampiamente dimostrati e dimostrato la mia presenza in casa tale magistrato decideva un insolita e bizzarra misura di aggravamento non solo sproporzionata ma soprattuto contro legge già decise la reclusione della casa lavoro dato che non ero da considerare malato da rems finì così a castlfranco emilia e tempo di un mese venne accolto il mio
ricorso che ne disponeva l’immediata scarcerazione ma non la conclusione dell’aggravamento originario bhe qui arriviamo al top del tragico dopo circa un anno e ben 10 anni che mai venne disposta una perizia psichiatrica il colleggio che ne disponeva la scarcerazione su controversa perizia che conclude un disturbo di personalità antisociale non necessitante di cure farmacolgiche ma che con ogni probabilità verte all’internamento rems(ex opg) con lo scenario classico degli opg uscite affidamento servizi e poi chi sa e che ad oggi non avendo più
nulla da perdere mi sottraggo con un solo quesito a voi che leggete.
Come può un uomo vivere avendo piena sfiducia delle istituzioni in nome di quale pericolosità sociale mi sono stati rubati 10 anni nel fiore della giovinezza e incenerita un esistenza avendo perso ad oggi mio figlio la mia famiglia e tutti gli affetti più cari e potendo solo narrare gli orrori visti e vissuti in fuga per sopravvivere.