Tra AMBULATORI e COMUNITA’…

L’ULTIMA TESTIMONIANZA RACCOLTA.

(CPS: in Lombardia ma in altre regioni sono definiti CIM-centri igiene mentale o CSM-centri salute mentale)

Ho 30 anni e porto la testimonianza di un’esperienza all’interno di un
centro psico-sociale (CPS) e di una comunità riabilitativa ad alta
assistenza psichiatrica (CRA).

Io mi rivolsi per la prima volta nel 2016 al centro psico-sociale per
dei gravi problemi di emarginazione sociale (problemi di natura
prettamente sociale): io sono nato in una famiglia gravemente
disfunzionale e povera, in un paese degradato, e sono senza lavoro da
molto tempo. Sono laureato, ma non sono certo la laurea, o il lavoro,
a fare l’uomo. Problemi profondi di natura sociale che hanno
comportato, come logico che sia, tristezza depressiva, senso di
impotenza e di esclusione dalla società.

Mi rivolsi al centro psico-sociale quivi indirizzato da un’altra
associazione della quale non ricordo il nome (li sentii soltanto per
telefono), la quale mi disse esplicitamente che era il centro
psico-sociale a occuparsi di questioni sociali, come da nome.

Quindi, dall’inizio del 2016 alla fine del 2017, per due anni, feci
colloqui con uno psichiatra del CPS. Non ci fu in questo periodo alcun
intervento per migliorare le mie condizioni sociali, ma nondimeno
questo psichiatra non infierì mai su di me con una delle loro
etichette diagnostiche da DSM (Diagnostic and Statistical Manual of
Mental Disorders, inventato e costantemente rivisto in base alle
richieste lobbistiche e di mercato del momento dai “sommi sacerdoti”
dell’American Psychiatric Association, organo cardinale della
psichiatria moderna) e terapie farmacologiche. Era un bravo
imbonitore: non parlava granché e faceva parlare me, che passai due
anni a raccontare (ripetendomi fino allo sfinimento) la mia vita, e di
tanto in tanto usava delle frasi efficaci per tenermi legato quali “ci
tengo a lei”, “voglio il bene per lei”, “la voglio aiutare”, ecc.
Passati due anni, senza aver visto alcun aiuto concreto, e conclusa
questa prima fase, ci fu un anno di interruzione.

Alla fine del 2018 io mi rivolsi nuovamente al CPS, questa volta
ricevuto da un nuovo dottore, proponendo un preciso progetto di
reinserimento sociale. Progetto pensato, ricercato e proposto da me,
non da loro, e pienamente fattibile proprio per tramite dei CPS.
Ebbene, da quel momento cominciarono a procrastinare il progetto di
reinserimento sociale (pur promettendomi che si sarebbe fatto) — del
quale io ho bisogno perché, ripeto, sono solo, povero, e senza lavoro
— e cercarono in tutti i modi di farmi passare per malato mentale.

Io allora mi fidavo ancora di loro, perché mi dicevano che il progetto
si sarebbe fatto, e che richiedeva soltanto delle procedure
preliminari. Nella fattispecie, mi convinsero ad accettare un ricovero
in una comunità riabilitativa psichiatrica (CRA) dicendomi che fosse
proprio una fase preparativa al progetto sociale. Per altro, io nella
comunità tornai con il dottore che mi aveva già seguito nel 2016-2017,
del quale mi fidavo ciecamente. In realtà loro mi stavano osservando e
stavano tessendo una diagnosi di malattia mentale (senza ancora
comunicarmela), quindi trasformando il mio problema sociale, cioè la
povertà e l’esclusione date da origini svantaggiate, in una malattia
mentale.

Mi diagnosticarono il “disturbo schizotipico” e il “disturbo
delirante” (ebbi la comunicazione di quanto mi era stato diagnosticato
solo una volta “internato” nella comunità, che ripeto mi fu presentata
come fase preparativa per il mio progetto sociale, e non come cura per
malattia mentale), arrivando a sostenere che i miei ricordi (io ho
avuto, ripeto, un passato in una famiglia disfunzionale) fossero
falsi, e la mia volontà di evolvere rispetto alle mie condizioni di
origine svantaggiate fosse frutto di “delirio”. Sostenevano che il mio
rendermi conto di far parte di una classe sociale svantaggiata,
abitante contesti svantaggiati, fosse “delirio”. Si può immaginare
quanto sia orribile per una persona, tanto più se ha un vissuto del
genere, che un’autorità che la dovrebbe aiutare sostenga che la sua
memoria sia falsa, “interpretazione” e “costruzione delirante”, e i
suoi legittimi desideri di emersione sociale (tanto più a seguito di
studi universitari) siano “delirio”. Al che io mi arrabbiavo, e l’ira
era interpretata come ulteriore “sintomo patologico”. Una volta che a
un paziente viene diagnosticato qualcosa là dentro (e a chiunque metta
piede là dentro è coercitivamente diagnosticata una malattia mentale),
ogni sua parola o azione è passibile di interpretazione patologica. Il
paziente ha sempre torto e i suoi problemi sono da imputare a lui
stesso, a un suo presunto “malfunzionamento” (perché la scienza
moderna marcia meccanicistica, disumana e immorale, chiamata
“psichiatria” spiega l’essere umano non come spirito-storia-cultura,
ma come macchina, aggregato di molecole e processi biochimici).

Io sono laureato, sono molto colto, so parlare bene, e anche tali
qualità là dentro diventavano dei “sintomi patologici”. Io, pensando
di interfacciarmi con persone intelligenti e colte, usavo spesso nel
discutere con loro concetti filosofici, etimologici, riferimenti
storici, e il tutto veniva interpretato come “delirio”. Dentro al CRA
ogni comportamento e parola del paziente viene interpretata e annotata
dal personale su appositi registri. Tale personale (educatori e
infermieri) è gente di un’ignoranza abissale, a cui interessa soltanto
portarsi a casa lo stipendio alla fine del mese, e spesso umiliano i
pazienti trattandoli come bambocci e sfogandogli addosso le loro
frustrazioni. La maggioranza dei pazienti sono persone provenienti da
contesti di povertà ed emarginazione (gente delle periferie, classe
operaia, molti meridionali, alcuni rom), che, a differenza mia che
sono istruito, non hanno gli strumenti retorici e concettuali per
potersi opporre agli psichiatri. Molti, sotto rimbambimento
farmacologico, vengono convinti a lavorare gratuitamente, senza
stipendio, a giornata piena nelle cooperative. Molti, non possedendo
strumenti di ragionamento critico, accettano passivamente le diagnosi
di malattia mentale, alcuni fregiandosi entusiasticamente delle
etichette diagnostiche da DSM.

Io i primi mesi passati dentro alla comunità, quando ancora ero
fiducioso che mi avrebbero aiutato, accettai di prendere un farmaco
neurolettico, a basse dosi. Non riscontrai alcun beneficio se non
effetti dannosi: oltre a quelli fisici (rallentamento del metabolismo
e aumento della prolattina, libido azzerata, fotosensibilità e
irritabilità della pelle, e caduta dei capelli) ne avevo di mentali
(perdita della memoria, blocco del pensiero, difficoltà a esprimermi,
sonnolenza durante il giorno e insonnia la notte, e una noia mortale
mai provata prima). Visti questi effetti, il medico mi cambiò il
farmaco, ma io iniziavo a non fidarmi più e nei successivi mesi sputai
ogni giorno le pastiglie all’insaputa degli infermieri. Va detto che
molti pazienti si lamentano spesso degli effetti collaterali con gli
infermieri, e questi mentono sistematicamente, affermando che non
siano i farmaci a causarli ma cambiamenti nello stile di vita dei
pazienti stessi. Nel frattempo il mio progetto sociale continuò a
essere procrastinato con argomentazioni fumose fino alle dimissioni
dalla comunità nei primi mesi del 2020.

Dopodiché sono tornato al CPS, con una nuova dottoressa poiché nel
frattempo i dottori precedenti sono passati al privato, e ho insistito
di nuovo sul progetto di reinserimento sociale, sempre più arrabbiato
perché in quattro anni non è stato fatto nulla di concreto e anzi
hanno cercato di trasformarmi in un malato mentale. Questa volta, in
mesi molto recenti, dopo ulteriori colloqui inconcludenti, sono stato
messo di fronte a un aut-aut esplicitamente ricattatorio: “o prendi
gli psicofarmaci, oppure noi non facciamo nessun progetto sociale”. Va
detto che io mi sono opposto strenuamente alla somministrazione di
farmaci sin dal primo incontro quattro anni prima, e, a parte il
periodo di ricovero in comunità, quando fui costretto a prenderli
perché altrimenti non mi sarebbe stato possibile accedere alla
comunità, non ho mai accettato di prenderne. Il problema è che è
impossibile ricevere alcun tipo di aiuto da questi centri se non si
accetta di fare uso di psicofarmaci. L’uso di farmaci viene
presentato, ricattatoriamente, come imprescindibile se si vuole
ricevere un qualsiasi tipo di aiuto di altro tipo da parte loro.

A quattro anni di distanza io sono in condizioni disperate, ancora più
povero, emarginato e senza lavoro, e temo che a qualsiasi altra realtà
io mi rivolga per essere aiutato questa possa fare riferimento agli
imbroglioni del CPS-CRA e alle loro interpretazioni di “delirio”. Se
provo a richiamare il primo dottore, quello che mi ha avuto in “cura”
per più tempo, in tutta risposta mi prende in giro, ride e riattacca
il telefono (a latere, va detto che quello del vedersi ridere in
faccia è un fenomeno comune là dentro da parte di tutto il personale).
Uno dei dottori (quello che mi fece ricoverare in CRA come
“schizotipico” e “delirante”), a un certo punto mi disse, testuali
parole, che “la psichiatria non sa in verità nulla della mente”;
un’altra volta, a una mia legittima e per nulla violenta reazione a
una sua palese provocazione, mi minacciò di sedazione per iniezione
(“le faccio fare la puntura”, testuali parole) e di TSO. L’altro mi
dava spesso ragione riguardo le mie analisi della mia situazione
sociale e del funzionamento della società in generale, salvo poi
negare in altre occasioni e non ricordarsi spesso di cose di cui si
era già parlato (cosa che testimonia quanto poco gliene importi dei
pazienti). In svariate altre occasioni mi hanno minacciato di TSO. Se
minaccio io di portarli in tribunale, ridono e dicono “ci porti pure
in tribunale”.

Questo dice tutta la meschinità di queste persone che si prendono
gioco di chi non è nato bene come loro e di chi non ha potere come
loro. Ho accennato prima al fatto che i pazienti, quasi tutti
provenienti da situazioni di povertà e svantaggio sociale, sono
trattati come bambini, come rimbambiti; ebbene i dottori psichiatri
nutrono e manifestano vero rispetto soltanto per chi fa parte del loro
stesso rango. Nel CPS-CRA, anche rilevare le differenze tra gruppi e
classi sociali era passibile di interpretazione come “sintomo
patologico” di “delirio”.

Italia – giugno 2020.

LIBERTA’ e ADS amministratore di sostegno

Pubblichiamo uno scritto inoltrato dal Collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa.
Il testo illustra chiaramente come troppo spesso l’ADS è una figura che limita la libertà della persona sottoposta al suo controllo invasivo e opprimente. L’ADS, in teoria, dovrebbe interessarsi alla gestione del patrimonio economico del soggetto ma soprattutto in ambito psichiatrico, diventa un reale ostacolo a un percorso emancipatorio finalizzato a riconquistare la propria autonomia.
Una difesa legale al fianco di una certificazione tecnica a volte permette di sostituire o revocare l’ADS.
La “cultura” psichiatrica è ovunque, anche nelle aule dei tribunali.Forza, non cediamo alla rassegnazione!
Buona lotta.

TELEFONO VIOLA – Sicilia e Piacenza

Racconto la mia storia e quella di mia figlia nella speranza che possiate aiutarmi a tirar fuori mia figlia da una situazione di oppressione fisica e psicologica che è costretta a subire da tre anni a questa parte a causa di malasanità e mal gestione della sua condizione da parte delle istituzioni.
Attraverso le vie legali non sono riuscito a cambiare la condizione di mia figlia. Il caso ha anche una valenza più generale, perché ritengo che possano esserci anche tante altre persone in questa situazione.

Il mio nome è Antonio Di Vita, sono residente a Montevarchi (AR) e mia figlia si chiama Alice Di Vita e ha 26 anni. Tre anni fa Alice a seguito di un presunto arresto cardiaco fu ricoverata nel Reparto di Rianimazione di Careggi a Firenze. Dopo circa dieci giorni di coma indotto le viene eseguita una tracheotomia e le viene applicata una cannula a scopo precauzionale. Dopo gli esami strumentali (RM,TC e ECC) ripetuti ad otto giorni di distanza, le condizioni di Alice sono definite “incredibilmente ottime”. Nessuna conseguenza cerebrale, nessuna conseguenza motoria e psico-reattiva. I responsabili del Reparto di Terapia Intensiva danno disposizione al trasferimento di mia figlia da Careggi di Firenze al reparto di Riabilitazione dell’Ospedale del Valdarno (Alice era residente a Montevarchi). La prognosi indicata è di circa dieci giorni. Affermano anche che la cannula della tracheotomia dovrebbe essere rimossa entro tre giorni.

Inaspettatamente, per ragioni non chiare, Alice è invece trasferita all’Istituto Don Gnocchi di Firenze, dove rimarrà per più di un anno subendo le pene dell’inferno. Legata al letto o alla sedia, imbottita di psicofarmaci, con infezioni e piaghe causati degli escrementi non rimossi adeguatamente e frequenti attacchi di panico. La cannula della tracheotomia non viene rimossa e genera aderenze alle corde vocali, paralizzandole e granulomi all’interno della trachea (di natura incerta, benigna o maligna). Da subito, a mia insaputa, viene nominato un amministratore di sostegno (ADS) nella persona del fratellastro. A seguito di mia opposizione l’ ADS viene sostituito da un’avvocatessa la quale però si disinteressa totalmente di mia figlia. Avendo constatato di persona la mal gestione e le atrocità subite da mia figlia ho presentato diversi esposti alla Procura della Repubblica di Firenze. L’ADS, probabilmente spinto dall’Istituto Don Gnocchi stesso, presenta due istanze per trasferire Alice in altri istituti, prima Villa Le Terme dove la maggioranza dei degenti sono in stato vegetativo, e poi un altro nel quale avrebbe dovuto passare tutta la vita . Io richiedo al giudice di trasferire mia figlia in una struttura pubblica specializzata in otorinolaringoiatria e di sostituire l’ADS con la mia persona. Il giudice non acconsente che sia io ad occuparmi di mia figlia ma sostituisce la l’ADS con un altro avvocato.

Il nuovo ADS fa trasferire Alice dal Don Gnocchi all’Ospedale del Valdarno in un reparto chiamato Modica, dove viene scoperto che le diagnosi del Don Gnocchi non sono corrette o sono addirittura false. Viene verificato che, a dispetto di quanto affermato dal Don Gnocchi, Alice può deglutire e può essere alimentata in modo naturale e non più attraverso Peg allo stomaco. Si predispone un piano di recupero psico-fisico attraverso fisioterapia e riduzione/eliminazione degli psicofarmaci somministrati dal Don Gnocchi. Mia figlia ha da subito un grande recupero di forza e vitalità, anche espressiva. Riprende a camminare da sola, sente i bisogni fisiologici e tutto sembra finalmente andare per il meglio. Addirittura sembra che debba essere dimessa, ritornare a casa con me (essendo residenti nella stessa abitazione di Montevarchi) e proseguire la fisioterapia come paziente esterna. Mi viene detto che con venti sedute di tre ore e mezzo di riabilitazione. Alice recupererebbe completamente la postura e la tonicità muscolare. Però questo apparente lieto fine della storia viene bruscamente cambiato dal fatto che l’ADS per motivi non chiari predispone il trasferimento di Alice in un’altra struttura, stavolta privata, l’Istituto Agazzi di Arezzo. Perché?

Alice entra nell’Istituto Agazzi il 2 ottobre 2018. Fin dalle prime settimane mia figlia regredisce, sia fisicamente che mentalmente. Non sente più i bisogni fisiologici e non ricorda più le cose recenti. Da questi fatti e dalla sua espressione mi accorgo presto che le stanno dando di nuovo psicofarmaci. Probabilmente gli stessi del Don Gnocchi. Alice perde di vitalità ed autonomia di giorno in giorno mostrandosi sempre stanca e assente. Io ho faccio presente questa situazione all’ADS il quale non mostra alcun interesse al riguardo. Faccio notare che il principale problema di mia figlia, la rimozione della cannula della tracheotomia, non è stato minimamente affrontato. Richiedo e sollecito di far visitare mia figlia in centri specializzati per questa patologia, alcuni di essi da me stesso contattati e disponibili a visitare Alice. L’ADS mi risponde testualmente così “Decido io, dove, come e quando far visitare Alice”. Il problema che l’ADS non si pone è il fatto che in quelle condizioni Alice è sempre ad alto rischio di arresto respiratorio, come è poi avvenuto per almeno tre volte. L’ADS non ha provveduto neanche a far visitare mia figlia dal Reparto Otorino di Arezzo dove da anni ci sono eccellenti risultati per questo tipo di patologie. Perché???

A seguito dei rifiuti e dell’arroganza mostrata dall’ADS e a causa del continuo peggioramento di mia figlia scrivo al giudice tutelare facendo presente quanto accade e richiedendo espressamente di provvedere per far visitare mia figlia da medici e strutture competenti in materia a cominciare da ospedali di terzo livello dove ci sono reparti specializzati. Verbalmente la giudice dispone per queste visite e l’ADS fa ricoverare Alice a Volterra dove è sottoposta a broncoscopia (inutile perché già fatta e già a conoscenza della diagnosi). Da Volterra Alice è trasferita ad Empoli per visita, dove viene espresso timore nel sottoporre mia figlia ad operazione, ma si afferma anche che la cosa si potrebbe risolvere con multipli interventi in sette -otto mesi.
Io ricontatto quei centri specializzati per problemi alle corde vocali con i quali avevo già discusso, i quali mi richiedono prima di tutto la stessa cosa. “Sua figlia è capace di deglutire?” Alla mia risposta affermativa, a seguito di accertamento diagnostico in mio possesso che ho letto telefonicamente a loro, dicono che l’intervento operatorio sarebbe molto più semplice e rapido di quanto invece era stato affermato dall’Ospedale di Empoli. Mi chiedo perché Alice non viene fatta visitare in uno di questi centri specializzati, a partire proprio dall’Ospedale di Arezzo. Alice da Volterra è di nuovo riportata all’Istituto Agazzi dove nel mese di febbraio va incontro a due arresti respiratori con ricoveri immediati al Pronto Soccorso di Arezzo e con ripetute ostruzioni della cannula dovuti al muco (meccanismo di difesa per rigetto naturale della cannula). A seguito di questi eventi e del fatto che Alice è in pratica parcheggiata in questo istituto senza essere curata per il suo principale problema faccio un ulteriore esposto attraverso la Guardia Di Finanza di San Giovanni Valdarno nel 2019.

A inizio maggio 2019, ho richiesto tramite istanza al giudice tutelare di Arezzo di autorizzare la nomina di un CTP (Consulente Tecnico Di Parte) e la revoca dell’ ADS, in più di prendere atto della volontà di Alice di essere collocata presso la mia abitazione. In subordine chiedevo di poter disporre di nuove perizie mediche su Alice in merito alla possibile rimozione della canula. Ulteriore istanza è stata presentata con simili richieste il 6 febbraio 2020.

Il fatto principale è che a mia figlia viene negato il diritto alla cura. Come tutti i cittadini di uno stato democratico mia figlia ha il diritto di essere visitata non da uno, ma da quattro, cinque, dieci venti specialisti per cercare di risolvere il suo problema. Mi chiedo anche come può una persona recuperare da un problema se si tiene internata in un istituto, privata della propria libertà, delle amicizie, degli affetti e di tutti gli stimoli positivi che si hanno quando ci possiamo muovere nella natura e nei colori delle stagioni. Neanche se fosse una criminale pericolosa avrebbe un trattamento simile.
Richiedo gentilmente a Voi un aiuto per salvare la vita di mia figlia, in quanto ritengo che in pratica si tratti di una morte annunciata, e per portare alla luce questi fatti gravissimi che potrebbero accadere a chiunque di noi in un paese che si ritiene democratico, civile e di diritto.
Vi ringrazio sentitamente.

Nell’attesa di un vostro interessamento, cordiali saluti

Antonio Di Vita

REMS: NORMATIVA e PARADOSSI

Spesso le normative relative agli ambiti assistenziali, sanitari ed educativi si rivelano come un alibi per lo stato, una tutela difensiva da attuare nei confronti di chi metterebbe a repentaglio “la convivenza sociale democratica”. Ecco che allora si impreziosiscono sempre più i sistemi del controllo, validi per l’utenza, per gli operatori e per la cittadinanza: a meritare rispetto e salvaguardia sono soltanto le istituzioni, un’impersonale struttura ideologica alla quale deve far riferimento chi non vuole rischiare ritorsioni. Ingiustizia sociale e carenza di luoghi non strutturati, ove gli individui possano condividere l’esigenza di soddisfare bisogni primari e socialità, creano il presupposto per soluzioni calate dall’alto e regolamentate ad hoc. Il dibattito si arena quando prevale l’esigenza istituzionale di stabilire i rapporti di forza: da un lato, tramite il Codice Penale, si dettagliano i crimini, dall’altro si inducono i contesti di marginalità affinché si possano avviare gli interventi. Da questo punto di vista è la logica delle istituzioni totali a nutrire la vasta rete dell’organizzazione assistenziale e a vincolare ogni libertà professionale, evidenziando i paradossi strumentali che agiscono in modo capillare sul controllo effettivo, preventivo e formativo.
Ogni luogo edificato per togliere dalla circolazione chi viene ammantato da un artificioso alone di pericolosità è di fatto una minaccia per la libertà di ogni individuo. Alimentando la confusione fra libertà e privilegio, si strutturano le modalità repressive.
Adrian Raine, autore di The anatomy of violence, oltre ad offrire il suo contributo alla criminologia deterministica, sostiene che chi soffre di bradicardia (battito cardiaco rallentato) sia predisposto alla paura e, di conseguenza, a reagire alle difficoltà con comportamenti violenti. Gli esiti delle ricerche genetiche finalizzate a trovare nel DNA la causa dei comportamenti asociali o reattivi si sono rivelati inconsistenti e approssimativi; ora si insiste nel voler dimostrare le cause organiche dell’aggressività affinché si possano giustificare gli interventi “terapeutici” a tutela della società “sana”, interpretando questo termine con il significato di “produttiva, normale e omologata”.
Ogni volta che questi esperti elencano i criteri entro i quali collocare l’anormalità emerge un nuovo paradosso, quello di confondere cause ed effetti. In alcune cartelle cliniche dei reparti psichiatrici, senza alcuno scrupolo, viene enunciata “l’innata incapacità di adattamento alla cultura ospitante” per descrivere le contraddizioni vissute intimamente da alcuni migranti. Viene dato per scontato che la capacità di adattamento sia un fattore naturale e non acquisito con l’esperienza, che la cultura ospitante non debba mettere in discussione i propri valori e, soprattutto, che non si critichi un modello di sviluppo nel quale la tutela dei privilegi e il mantenimento delle disuguaglianze sociali necessitano di strutturare il controllo.
Il linguaggio innovativo utilizza termini come “inclusione”, “comprensione”, “reciprocità”: parole che diventano aleatorie quando al cosiddetto utente non si lascia alcuna scappatoia decisionale e i rapporti con gli operatori sono mediati da procedure gerarchiche. Le nomenclature giustificano la coercizione ed elaborano i contesti utili ad individuare le marginalità coatte.
Qualche anno fa alcuni “sinceri democratici” gridarono allo scandalo e si adoperarono per la “chiusura degli OPG” (ospedali psichiatrici giudiziari). Si stabilì l’apertura di nuove strutture: le Residenze per l’Esecuzione di Misure di Sicurezza (REMS) già nella dicitura si ispirano al Codice Rocco!
L’innovazione riguarda l’esiguo numero dei pazienti ricoverati, per il resto si rimane in un limbo fra sanità, vigilanza e punizione. La correlazione fra telecamere collegate alle forze dell’ordine, vetri antisfondamento, sistemi di controllo affidati alle prefetture e programmi terapeutici riabilitativi, che contemplano letti di contenzione e coercizione chimica, descrive la realtà di queste strutture sulle quali è calato un sipario oscuro. Sul sito dei ministeri ci sono foto di villette con giardino e personale infermieristico sorridente, ma a Castiglione delle Stiviere (sede di un OPG) sembra che il cambiamento vada poco oltre la sostituzione della targa posta all’ingresso: vi sono ancora internate più di duecento persone e, affinché la sua legittimità non venga messa in discussione, è considerato un luogo provvisorio del sistema polimodulare delle REMS. Questo raggiro idiomatico, utile a mantenere quasi intatte le vecchie strutture, svela la concretezza delle istanze che hanno ispirato la legislazione sul cosiddetto “superamento degli OPG”: a Volterra il padiglione Morel dell’ospedale è una REMS e il suo aspetto è, a dir poco, inquietante.
Rifacendosi alle misure di sicurezza detentive la legge, che istituisce le REMS, è un’appendice del Codice Penale; occupandosi di “persone inferme di mente che hanno commesso reati” può stilare protocolli per contenerne la pericolosità. É questo un altro espediente per attuare il prolungamento della detenzione, o della libertà vigilata, oltre i termini stabiliti dai tribunali. Le linee guida stabiliscono che le attività terapeutiche debbano essere “personalizzate” (altro alibi per giustificare i trattamenti più invasivi?), possano rientrare in una riabilitazione vigilata “non detentiva” e prevedano una socializzazione graduale, tanto che all’interno vi sarebbero “persino” il bar, luoghi di culto (teoricamente non soltanto cattolici) e il parrucchiere!
Questi ricoveri avrebbero la caratteristica di essere transitori e quindi non dovrebbero diventare residenze di lunga degenza; il tempo ci darà la possibilità di capire a quali altri luoghi saranno destinati i cosiddetti “ospiti”. Sia nelle REMS, che in tutti gli altri servizi psichiatrici, le terapie vengono somministrate facendo riferimento a patologie prive di un’eziologia scientifica. Gli stessi psichiatri ammettono che le diagnosi servono a concretizzare “un linguaggio condiviso”, però prescrivono trattamenti lesivi alla salute tanto da diventare la causa di conflitti relazionali, arginati poi con altrettanti interventi contenitivi. Si alimenta così un vortice, un vicolo tanto cieco quanto lo è l’ipocrisia insita nel voler escludere altre soluzioni pur di non contrastare i protocolli sanitari.
Qualsiasi essere vivente, anche il più docile, messo alle catene diventa aggressivo, ma si continua ad usare lo stereotipo della presunta pericolosità per programmare gli spazi di intervento di una “scienza” al servizio del controllo sociale e del profitto. Ogni persona perde dignità e libertà se le verrà imposto un marchio: la diagnosi psichiatrica è uno stigma permanente e discriminante.
Analizzando la prassi psichiatrica nel suo complesso i dati sulla coercizione sono tutti in aumento: uso di psicofarmaci, ricorso ai TSO (trattamenti sanitari obbligatori), terapia elettroconvulsiva – non è cambiata da quando la si chiamava elettroshock, semplicemente in alcuni casi viene applicata sotto anestesia-, contenzioni di varia tipologia. E se anche i dati dei decessi sono in aumento, non si cada nel tranello di considerarli “malasanità”: sono la punta di un iceberg che nasconde drammi esistenziali sui quali la società chiude gli occhi delegando le soluzioni a pratiche repressive giustificate da falsi paradigmi medici, legislazioni e ambiguità normative.

Chiara Gazzola

LA CONTENZIONE FARMACOLOGICA DELL’ INFANZIA

a cura del COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO ANTONIN ARTAUD appendice al libro di Wiliam FredianI “SEDUTI e ZITTI!” sull’istituzione scolastica.” edizioni Sensibili alle foglie – gennaio 2020

C’è qualcosa che deve essere ancora scoperto che possa identificare che cosa è l’ADHD e cosa non lo è. (Keith Conners)[1]

Il campo nel quale, negli ultimi anni, si è registrato il maggiore aumento di diagnosi psichiatriche e prescrizioni di psicofarmaci è senz’altro quello dell’infanzia e dell’adolescenza. Oggi a scuola sono sempre di più i bambini che hanno diagnosi psichiatriche, in particolare disturbo dell’adattamento, dell’attenzione, iperattività̀, depressione, disturbo bipolare. L’introduzione di nuove patologie infantili, nell’ultimo Manuale Diagnostico e Statistico (DSM) del 2013, allarga i confini diagnostici tra ciò che è normale e ciò che non lo è, favorendo l’entrata in psichiatria di un numero sempre più alto di bambini, a cui sono prescritti psicofarmaci per periodi più o meno lunghi della loro vita.

Il DSM è oggetto di profonde critiche di metodo e di merito, accusato di aver ampliato a dismisura lo spettro delle patologie psichiatriche. Si tratta di un aumento percentuale, senza precedenti in Italia, e che pone più di un dubbio sull’attuale boom terapeutico a cui sono sottoposte le giovani generazioni nel nostro Paese. Tutti i dati statistici confermano una sensazione diffusa tra chi passa la propria vita, professionale e non, nelle aule della scuola italiana: siamo di fronte a un aumento esponenziale di diagnosi e certificazioni di disabilità, di patologie psichiatriche, disturbi e difficoltà.

L’esplosione delle diagnosi (passate da 1,4% del 1997/98 a 3,1% del 2017/18), mostra come in venti anni esse siano più che raddoppiate: da 123.862 a 268.246. Salta agli occhi il fatto che attualmente la tipologia più diffusa è quella delle disabilità intellettive che da sole rappresentano il 68,4% del totale.[2]

L’attuale tendenza dell’insegnamento e della pedagogia è quella di farsi coadiuvare dalla neuropsichiatria ogni qualvolta un bambino disturba o contrasta i programmi formativi. Il “disagio” comportamentale, invece di essere valutato come un campanello d’allarme nella relazione con l’adulto, viene incasellato come un problema mentale del bambino, dispensando così l’educatore o l’insegnante dal modificare l’approccio educativo e delegando il problema a un neuropsichiatra. “L’educatore così – deresponsabilizzato e dispensato dal dover modificare il proprio approccio educativo – delegherà̀ a un esperto il problema (reale o apparente che sia), il quale lo affronterà̀ dal punto di vista della salute mentale. La pedagogia di stampo più repressivo si rinnova nel tentativo di contenere chimicamente quelle condotte non riconducibili alla norma; così si elimina la soggettività̀, si disciplina quella potenziale libertà presente nell’infanzia che, attraverso desideri e aspirazioni, porterebbe a una personale interpretazione dell’esistenza”.[3]

Vince così il paradigma biologico secondo cui questi bambini hanno qualcosa che non va nel loro cervello e per questo dovranno assumere psicofarmaci. Molti psichiatri trovano più semplice dire ai genitori e agli insegnanti che il bambino ha un disturbo mentale anziché́ suggerire dei cambiamenti rispetto alla genitorialità̀ o all’educazione. Il comportamento considerato deviante e non conforme ai canoni prestabiliti di normalità̀ viene isolato, fotografato, trasformato in diagnosi, strappato al rapporto relazionale insegnante-alunno e, sempre più spesso, curato con i farmaci. La medicalizzazione della scuola è inquadrabile all’interno dell’esigenza di ridurre a una risposta semplice e immediata l’interazione complessa dei diversi fattori che determinano i comportamenti in età̀ evolutiva.[4]

A partire dal 2012 una serie di circolari e direttive ministeriali ha imposto nelle scuole l’individuazione degli alunni con BES (Bisogni Educativi Speciali). I BES sono un immenso calderone che comprende, suddivisi in tre macro categorie, “disabilità”, “disturbi”, “disagi e svantaggi”. Di solito l’acronimo viene usato per indicare solamente i BES di terzo tipo, quelli del “disagio” o dello “svantaggio”.[5] A otto anni dall’avvio della farraginosa macchina dei BES, il MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università̀ e della Ricerca) non ha ancora fornito cifre attendibili sui cosiddetti BES di terzo tipo; ci sono comunque dati che stimano intorno a un milione la cifra totale, fra cui sarebbero compresi 80.000 studenti con ADHD (Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività̀) e circa 400.000 con funzionamento intellettivo ridotto, con un’incidenza pari al 5% sull’intera popolazione studentesca italiana. In mancanza di statistiche più attendibili, sembrerebbe che proprio le difficoltà momentanee, come la timidezza, l’ansia, i dissesti economici, il lutto, i problemi di lingua conseguenti alle migrazioni, e le circostanze avverse della vita siano i principali protagonisti dei pervasivi meccanismi medicalizzanti e psichiatrizzanti che stanno scuotendo dalle fondamenta la scuola italiana.[6] È significativo il fatto che in Italia gli alunni stranieri siano 815.000, il 9,2% dell’intera popolazione scolastica e di questi il 12% sia stato certificato.[7]

Oggi, a scuola, si mira sempre più a un addestramento alla produttività̀, all’efficienza e alla centralità̀ del risultato. Molti insegnanti sono stati convinti dall’autorità̀ dello psichiatra che i bambini che esprimono comportamenti sofferenti abbiano bisogno di farmaci stimolanti per cui i maestri e le maestre hanno rinunciato alla ricerca di soluzioni in classe per risolvere i problemi. In realtà̀ questi docenti dovrebbero essere incoraggiati a cercare e trovare nuovi metodi nell’educazione.

Insegnare dovrebbe dare priorità̀ alla relazione, sapere e poter sperimentare approcci didattici e pedagogici a seconda della persona con la quale ci si rapporta. Esistono approcci didattici e pedagogici che, anziché́ sopprimere la spontaneità̀, aiutano gli studenti che manifestano “disagio” ed evitano di trattare il loro cervello in crescita con sostanze altamente tossiche come gli stimolanti. Insegnare è un’attività̀ fluida, cangiante, sfumata, che cambia da persona a persona, da situazione a situazione, proprio perché́ basata sull’interazione e non sui dogmi. L’attività̀ dell’insegnamento ha tante caratteristiche, ma non dovrebbe avere quella dell’assolutezza, dell’indiscutibilità̀, della categoricità̀. Non esistono metodi validi in assoluto: insegnare è un’attività̀ che fa interagire soggettività̀, singole e di gruppo. Significa condividere pezzi di vita, conoscenze ed esperienze. Non indottrinare, ma interagire; non preparare al lavoro, ma preparare alla vita.[8]

Una delle diagnosi fra le più diffuse a scuola è quella di ADHD, che raggruppa un insieme di comportamenti considerati inadeguati e anormali dello scolaro, che possono essere causati da innumerevoli fattori, come l’ansia per la scuola o per le verifiche, l’impreparazione scolastica, una classe noiosa, un insegnamento inadeguato, problemi e conflitti a casa o a scuola, cattiva alimentazione e insonnia. La diagnosi di ADHD non mette in relazione lo stato mentale, l’umore e i sentimenti del bambino e non dà luogo a una valutazione completa dei suoi bisogni reali per migliorare l’educazione e la genitorialità̀.

Tale diagnosi ha determinato il ricorso sempre più massiccio all’utilizzo di sostanze psicotrope come il Ritalin, uno stimolante a base di metilfenidato prodotto dalla Novartis Farma Spa, che ha effetti simili a quelli delle anfetamine. Il Ritalin agisce principalmente sulla ricaptazione della dopamina, ma non sono chiare né la gamma completa delle sue interazioni biochimiche, né la modalità̀ d’azione.[9]

Un altro farmaco utilizzato è lo Strattera (atomoxetina), un inibitore della ricaptazione della noradrenalina. La casa produttrice Ely Lilly non è riuscita a farlo approvare per la depressione, ma lo vende come trattamento “non stimolante” per l’ADHD. Molti bambini hanno sviluppato impulsi suicidi e omicidi sotto l’effetto dell’atomoxetina, che può̀ inoltre provocare insufficienza epatica.[10] Negli Stati Uniti, negli ultimi anni, ai bambini piccoli con diagnosi di ADHD viene somministrato l’Adderall, un composto di sali di anfetamina precedentemente utilizzato per la riduzione di peso con il nome di Obetrol, screditato e ritirato dal mercato poiché́ creava dipendenza. Questo farmaco è stato ritirato dal mercato canadese nel 2005 dopo che quattordici bambini sono morti improvvisamente e due hanno avuto un ictus.[11]

Di certo gli stimolanti a qualcosa servono: aiutano il contenimento di comportamenti considerati anormali. I farmaci per l’ADHD sono popolari tra gli insegnati perché́ rendono il loro lavoro più facile, ma è giusto dare farmaci ai bambini per renderli meno disturbanti? Gli stimolanti non producono miglioramenti duraturi rispetto all’aggressività̀, al disturbo della condotta, agli atteggiamenti violenti, all’efficacia negli apprendimenti, alle relazioni.[12]

Ebbene, anche nel caso in cui gli psicofarmaci producessero risultati positivi dal punto di vista del comportamento a scuola, sarebbero d’aiuto per il bambino? Oltre ad agire solo sui sintomi e non sulle cause della sofferenza della persona, gli psicofarmaci alterano il metabolismo e le percezioni, rallentano i percorsi cognitivi e ideativi contrastando la possibilità̀ di fare scelte autonome, generando fenomeni di dipendenza e assuefazione del tutto pari – se non superiori – a quelli delle sostanze illegali classificate come droghe pesanti. Presi per lungo tempo, possono portare a danni neurologici gravi che faranno del bambino un disabile.

È compito degli adulti difendere le nuove generazioni tornando a riflettere sull’importanza dell’ambito sociale, comunitario e relazionale per la loro educazione. È necessario che genitori, insegnanti, educatori e tutti coloro che hanno a che fare con i bambini, non cedano al riduzionismo psichiatrico, non psichiatrizzino ogni comportamento disturbante e/o sofferente, affinché́ la fantasia, il senso critico e la libertà di scelta possano continuare a caratterizzare l’infanzia.[13]

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud-Pisa
antipsichiatriapisa@inventati.org – www.artaudpisa.noblogs.org 335 7002669 via San Lorenzo 38 Pisa

[1] Keith Conners, psicologo americano, storico pioniere degli studi sull’ADHD e “padre” del test Conners Rating Scale, uno degli strumenti diagnostici più utilizzati nelle scuole per accertare l’ADHD.

[2] http://www.giornale.cobas-scuola.it/ossessione-diagnostica/

[3] Gazzola C., Ortu S., Divieto d’infanzia, BFS Edizioni, Pisa, 2018, p. 11.

[4] http://www.giornale.cobas-scuola.it/richiamo-allordine/

[5] Gazzola C., Ortu S., Divieto d’infanzia, op. cit.

[6] http://www.giornale.cobas-scuola.it/ossessione-diagnostica/

[7] Santerini M., “Diamo a ciascuno il tempo di cui ha bisogno”, in: Conflitti. Rivista italiana di ricerca e formazione psicopedagogica, n. 3, 2017, p. 32.

[8] http://www.giornale.cobas-scuola.it/richiamo-allordine/

[9] Esposito A., Le scarpe dei matti, Ad Est dell’Equatore Editore, Napoli, 2019.

[10] Whitely M., “Strattera a sad story (warning it may make you want to kill your- self)”, 2015, su http://www.speedupsitstill.com/strattera/

[11] Gotzsche P.C., Psichiatria letale e negazione organizzata, Fioriti Editore, Ro- ma, 2017.

[12] Whitaker R., Indagine su un’epidemia, Fioriti Editore, Roma, 2013. 13 Gazzola C., Ortu S., Divieto d’infanzia, op. cit.

[13] Gazzola C., Ortu S., Divieto d’infanzia, op. cit.

CRIMINI DI PACE: ELENA 19 ANNI ARSA VIVA IN UN REPARTO PSICHIATRICO

Il 13 agosto, nell’ ospedale papa Giovanni XXIII di Bergamo, divampa un incendio. A seguito di ciò muore una ragazza di diciannove anni, legata ad un letto di contenzione. Il suo nome è Elena. La direzione sanitaria si affretta, attraverso gli organi di stampa, a giustificare la contenzione come forma di tutela esercitata proprio “a beneficio” della paziente, rea di aver precedentemente tentato il suicidio.

La morte di Elena, è sicuramente un dramma personale che esige cautela nell’ affrontarlo. Rispettando soprattutto  il dolore di chi l’ha amata. Tuttavia non si può neppure considerare un episodio isolato.
Vorremmo ricordarli tutti e tutte. Nome per nome. Ma la lista di quanti e quante hanno perso la vita in reparto in circostanze, per certi versi analoghe, è  interminabile. Le morti in spdc (Servizi psichiatrici diagnosi e cura) esprimono realisticamente lo stato dell’ arte della democratica psichiatria post manicomiale a più di 40 anni dall’ entrata in vigore della legge 180. La mesta continuità con cui si verificano evidenzia la contraddizione di una presa in carico giustificata dalla cura del paziente, che passa attraverso la coercizione, la disumanizzazione, il panottismo.

Come mai una pratica, che la legge contempla come eccezione e rispetto alla quale ha elaborato protocolli d’ applicazione, viene esercitata con sistematicità e in modo assolutamente “discrezionale” ? I reparti ospedalieri restano non luoghi di rimozione della coscienza collettiva. Universi concentrazionari  dove si consuma ferocemente la separazione fisica e concettuale tra sani e malati. La segregazione  a cui i/le pazienti sono sottoposti/e  registra quanto ancora sia in voga il paradigma manicomiale. Quanto la psichiatria  declini il proprio intervento in chiave custodialistica. Quasi a voler ancora salvaguardare le relazioni sociali dalla contaminazione con lo stato morboso.

Inoltre, in nome della tanto sbandierata sicurezza, ogni stanza è dotata di telecamera, collegata ad un pannello situato in un luogo centrale del reparto. Dietro al monitor si presume esserci un infermiere/sorvegliante. Viene da chiedersi: come mai la tecnologia a disposizione del personale  si è rivelata inefficace circa lo scopo per la quale è stata impiegata? Perché non ha messo in sicurezza i pazienti? In verità dietro alle lenti si rifrange l’occhio clinico, programmato per registrare quei comportamenti “utili” all’economia delle diagnosi. Proprio le pratiche che sussistono nei reparti  rivelano i motivi economico politici a suffragio dei neo manicomi. Non luoghi deputati a dar visibilità alla malattia mentale. A dargli un nome che rientri nella tassonomia diagnostica. Il tema della sicurezza è una scusa per aggirare la normativa sulla privacy. Un alibi utile ad accreditare l’ associazione tra comportamento deviante e valutazione clinica.

Ciò che viene comunemente percepito come una misura di tutela, si rivela così un buon strumento per definire con più enfasi, il profilo patologico del paziente. D’altronde, quest’ ultimo potrà impugnare le riprese video a crimine già avvenuto, quando è ormai vittima conclamata di un abuso. La storia di Mastrogiovanni dice forse qualcosa?

La 180 è una rivoluzione tradita. Oggi dei suoi principi ispiratori non resta che la retorica. Eppure, dalla lettura del presente, emergono le stesse contraddizioni di sempre!
La triste vicenda di Elena non può esser archiviata come un incidente o un episodio di malasanità. Fermare le morti in spdc vuol fare i conti con i diritti negati, con lo stato d’ abbandono che vivono i/le pazienti. Una deprivazione che si esprime ad un livello fisico, affettivo, quanto giuridico.
“…E dunque, non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te” .

La morte di Elena è un fatto che riguarda tutti. Per questo viene spontaneo scandire, anche con rabbia, due parole: verità e giustizia.
La morte di Elena è un ulteriore crepa, nel muro di menzogne e complicità, che la psichiatria clinica erige intorno alle proprie pratiche e alla propria cultura.

BASTA MORTI NEI REPARTI PSICHIATRICI!!

operatori ex Telefono Viola – Bergamo,  Telefono Viola – Sicilia, Telefono Viola – Piacenza

www.telefonoviola.org

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa

 

ANCORA SEQUESTRI IN MANICOMIO

Ieri, giovedì 22 agosto siamo intervenuti presso il reparto S.P.D.C del Policlinico S.Matteo di PAVIA.Per l’ennesima volta la persona ricoverata da una ventina di giorni in regime volontario (dopo 10 giorni  in T.S.O)  gli veniva impedito di uscire dal reparto.

Sono anni che entriamo nei reparti e verifichiamo personalmente che il sequestro di persona è la prassi.

Ormai tutti gli psichiatri si autoproclamano “basagliani”, sopratutto quando si devono confrontare con noi, ma poi nei fatti, consolidano le consuete pratiche manicomiali, ancora oggi riscontrabili presso i vari servizi territoriali, ospedalieri e residenziali che la psichiatria è in grado di predisporre nei vari territori.

Oggi 23 agosto la persona interessata è uscita dal manicomio!

Una gioia che ci stimola nel proseguire nel complesso e tortuoso percorso che abbiamo intrapreso da alcuni anni. La loro sconfitta dimostra chiaramente che con la determinazione della persona rinchiusa e il supporto esterno in grado di porre al muro le istanze blaterate dai medici, la libertà la si riconquista.

Rilanciamo l’appello indirizzato ai soggetti interessati a collaborare con noi, di contattarci per poter aumentare le  forze e conseguentemente essere ancora più presenti e incisivi nelle varie circostanze in cui le persone richiedono un reale sostegno.

TELEFONO VIOLA – Piacenza              www.telefonoviola.org

N.B  la pagina fb ” telefono viola.org”  da tempo non è gestita da noi e riporta contenuti che non sono mai stati condivisi da chi gestisce ancora questo sito (Telefono Viola di Piacenza e della Sicilia) anche se fornisce i nostri riferimenti.

 

 

STOP ELETTROSHOCK

NO ELETTROSHOCK!
PRESIDIO INFORMATIVO CONTRO L’USO DELL’ELETTROSHOCK
SABATO 1 GIUGNO alle ore 16  a PISA
c/o Ingresso Ospedale S. Chiara in Via Paolo Savi angolo via Niccolò Pisano

STOP ELETTROSHOCK!

L’elettroshock oggi viene chiamato TEC (terapia elettroconvulsiva) ma rimane la stessa tecnica inventata nel 1938 da Cerletti e Bini. Si tratta di corrente elettrica che passando dalla testa  e attraversando il cervello produce una convulsione generalizzata. Migliorandone le garanzie burocratiche, così come introducendo alcune modifiche nel trattamento, vedi anestesia totale e farmaci miorilassanti , non si cambia la sostanza della TEC.
A più di ottanta anni dalla sua invenzione, possiamo affermare che l’elettroshock è l’unico trattamento, che prevede come cura una grave crisi organica dei soggetti indotta a tale scopo, mai dichiarato obsoleto.

Perché questo trattamento medico – che per stessa ammissione di molti psichiatri che lo hanno applicato e che continuano ad applicarlo – utilizzato in passato come metodo di annichilimento dell’umano, come strumento di tortura, come mezzo repressivo contro la disobbedienza, non viene dichiarato superato dalla storia e dalla scienza?

È sufficiente praticare un’anestesia totale per rendere più umana e dignitosa la sua applicazione?
Basta chiamarla terapia per renderla legittima?
Possono dei benefici temporanei, che per avere effetto devono comunque essere accompagnati dall’assunzione di psicofarmaci, essere un valido motivo per usare questo trattamento?
Si possono ignorare gli effetti negativi dell’elettroshock?

In Italia, sul finire degli anni novanta, i presidi sanitari dove era possibile praticare l’elettroshock erano nove – sei pubblici e tre privati. Venne presentata una campagna, “Sdoganare l’elettroshock”, dai più illustri psichiatri organicisti aderenti all’AITEC (Associazione Italiana Terapie Elettroconvulsive), che principalmente chiedeva due cose: un aumento dei presidi autorizzati tale che si potesse coprire la richiesta di una struttura ogni milione di abitanti e la promozione di iniziative culturali tese ad una rivalutazione di quella che era la percezione pubblica dell’elettroshock. Fu così che gli apparati politici italiani intervennero in materia predisponendo, per la prima volta, un percorso teorico e normativo che identificasse delle linee guida condivise tra apparati istituzionali pubblici e privati e le richieste della psichiatria.

In Italia negli ultimi anni si tende a incentivare l’utilizzo delle terapie elettroconvulsive, non solo come estrema ratio ma anche come prima scelta. Per esempio nel trattamento delle depressioni femminili entro i primi tre mesi di gravidanza, poiché ritenuto meno pericoloso degli psicofarmaci nei primi periodi di gestazione umana. Anche per quanto riguarda ipotetici problemi di depressione post partum  la TEC viene addirittura pro-posta quale terapia adeguata e meno invasiva per le neo mamme rispetto agli psicofarmaci o ad un Trattamento Sanitario Obbligatorio.

Nel 2011 le strutture ospedaliere coinvolte, cioè quelle che hanno eseguito almeno una TEC in un anno, erano 91. Nel triennio che va dal 2008 al 2010, 1.406 persone sono state sottoposte a elettroshock. La maggioranza dei trattamenti riguarda le donne, 821 contro 585 uomini, e la fascia d’età va in media dai 40 ai 47 anni. Nel 2008 i pazienti over 75 che hanno subito la TEC erano 21, l’anno dopo 39.
Oggi i centri clinici dove si fa l’elettroshock sono 16 e i pazienti all’incirca 300 l’anno.
I meccanismi di azione della TEC non sono noti. Per la psichiatria «rimane irrisolto il problema di come la convulsione cerebrale provochi le modificazioni psichiche» e «non è chiaro quali e in che modo queste modificazioni (dei neurotrasmettitori e dei meccanismi recettoriali) siano correlate all’effetto terapeutico» (G. B. Cassano, Manuale di Psichiatria). Ma per chi subisce tale trattamento la perdita di memoria e i danni cerebrali sono ben evidenti e possono essere rilevati attraverso autopsie e variazioni elettroencefalografiche anche dopo dieci o venti anni dallo shock.
Ciò che resta di certo, quindi, è la brutalità, la totale mancanza di validità scientifica e l’assenza di un valore terapeutico comprovato.
Ci teniamo, quindi, a ribadire che nonostante le vesti moderne l’elettroshock rimane una terapia invasiva, una violenza, un attacco all’integrità psicologica e culturale di chi lo subisce. Insieme ad altre pratiche psichiatriche come il TSO, l’elettroshock è un esempio, se non l’icona, della coercizione e dell’arbitrio esercitato dalla psichiatria. Il percorso di superamento dell’elettroshock e di tutte le pratiche non terapeutiche deve essere portato avanti e difeso in tutti i servizi psichiatrici, in tutti i luoghi e gli spazi di cultura e formazione dove il soggetto principale è una persona, che insieme ai suoi cari, soffre una fragilità.

COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO ANTONIN ARTAUD – PISA
COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO SENZANUMERO – ROMA

INDAGINE SU UN’EPIDEMIA. Lo straordinario aumento delle disabilità psichiatriche nell’epoca del boom degli psicofarmaci

Recensione di BALDIG 77 al nuovo libro di Robert Whitsaker

«Indagine su un’epidemia. Lo straordinario aumento delle disabilità psichiatriche nell’epoca del boom degli psicofarmaci» di Robert Whitaker, edizioni Giovanni Fioriti

«Se disponiamo di trattamenti davvero efficaci per i disturbi psichiatrici, perché la malattia mentale è diventata un problema di salute sempre più rilevante? Se quello che ci è stato raccontato finora è vero, cioè che la psichiatria ha effettivamente fatto grandi progressi nell’identificare le cause biologiche dei disturbi mentali e nello sviluppare trattamenti efficaci per queste patologie allora possiamo con concludere che il rimodellamento delle nostre convinzioni sociali promosso dalla psichiatria è stato positivo. … Ma se scopriremo che la storia è diversa – che le cause biologiche dei disturbi mentali sono ancora lontane dall’essere scoperte e che gli psicofarmaci stanno, di fatto, alimentando questa epidemia di gravi disabilità psichiatriche – cosa potremo dire di aver fatto? Avremo documentato una storia che dimostra quanto la nostra società sia stata ingannata e, forse, tradita».

Il libro di Whitaker è un percorso, uno studio storico e scientifico dalla nascita degli psicofarmaci fino a oggi. La domanda di partenza è: come mai nell’era del boom degli psicofarmaci c’è un aumento delle disabilità psichiatriche?

Se davvero sono avvenuti questi progressi ci dovremmo aspettare una riduzione dei pazienti in psichiatria, che dovrebbe essere ancor più evidente con l’avvento degli psicofarmaci di seconda generazione dal 1988 in poi. Invece il numero dei casi di persone che hanno una disabilità cronica dopo l’uso degli psicofarmaci è in aumento. Gli psicofarmaci, oltre ad agire solo sui sintomi e non sulle cause della sofferenza della persona, alterano il metabolismo e le percezioni, rallentano i percorsi cognitivi ed ideativi contrastando la possibilità di fare scelte autonome, generano fenomeni di dipendenza ed assuefazione del tutto pari, se non superiori, a quelli delle sostanze illegali classificate come droghe pesanti, dalle quali si distinguono non per le loro proprietà chimiche o effetti ma per il fatto di essere prescritti da un medico e commercializzate in farmacia.

Le cause biologiche dei “disturbi mentali” sono ancora lontane dell’essere scoperte, invece sono gli psicofarmaci – dagli studi scientifici che Whitaker ci mostra – che presi a lungo andare portano a gravi squilibri chimici nel nostro cervello. Nella nostra società è dato per scontato dalla maggioranza della popolazione che la depressione è associata ad una mancanza di serotonina, ma come ci spiega bene il libro “indagine su un’epidemia” non c’è nessun studio scientifico che lo dimostra.

Negli ultimi 40 anni, la psichiatria ha rimodellato, in profondità, la nostra società. Attraverso il suo Manuale Diagnostico e Statistico (DSM) la psichiatria traccia la linea di confine fra ciò che è normale e ciò che non lo è. La nostra comprensione sociale della mente umana, che in passato nasceva da fonti di vario genere, ora è filtrata attraverso il DSM. Quello che finora ci ha proposto la psichiatria è la centralità degli “squilibri chimici” nel funzionamento del cervello, ha cambiato il nostro schema di comprensione della mente e messo in discussione il concetto di libero arbitrio. Ma noi siamo davvero i nostri neurotrasmettitori?

L’allargamento dei confini diagnostici favorisce il reclutamento, in psichiatria, di un numero sempre più alto di bambini e adulti. Oggi a scuola sono sempre di più i bambini che hanno una diagnosi psichiatrica e ci è stato detto che hanno qualcosa che non va nel loro cervello e che è probabile che debbano continuare a prendere psicofarmaci per il resto della loro vita, proprio come un “diabetico che prende l’insulina”.

Fermare l’epidemia è possibile? Rompendo il legame fra psichiatria e multinazionali produttori dei farmaci e se gli psichiatri ascoltassero i loro pazienti su quello che hanno da dire sui gravi effetti collaterali, forse avremo pochi che proseguano un trattamento psicofarmacologico a lungo termine.

OPERATORI,VOLONTARI,ATTIVISTI,COLLABORATORI…CERCANSI

Da sempre il lavoro,non retribuito,di gestione del TELEFONO VIOLA è portato avanti da volontari/operatori.

Se vuoi collaborare in qualche maniera,(al di là della gestione diretta della linea)con le tue personali disponibilità,CONTATTACI!!

Da sempre siamo alla ricerca di nuove collaborazioni con legali e medici ma qualunque sia la tua professione.CONTATTACI!!     Sarai il benvenuto!!

Per comprendere maggiormente il progetto che portiamo avanti da anni,consulta il sito.

Per chi fosse interessato ci contatti dal 1.9.Ovviamente sarà necessario incontrarci personalmente e valutare se ci sono le condizioni per poter collaborare.Contattateci  tramite i nostri numeri…
(ricordiamo che non comunichiamo tramite i social e/o e-mail).
NON ABBIATE TIMORE,FATEVI AVANTI,
la vostra disponibilità sara’ certamente utile per le tante persone che ci contattano e/o incontriamo personalmente.
a presto!
Gli operatori del Telefono Viola di  Bergamo,Piacenza,Reggio Emilia,Sicilia.

APPELLO per i DIRITTI,LA LIBERTA’ e LA DIGNITA’ NELLE “CURE” PSICHIATRICHE.

Pubblichiamo questo appello prodotto da realtà impegnate in un percorso finalizzato alla riforma della legge 833 che regola il T.S.O .(proposta di legge:”la libertà è terapeutica”).

Per quanto ci riguarda non siamo per riformare il T.S.O,ma per  abolirlo.

Considerando la realtà attuale riteniamo  opportuno sottoscrivere il seguente appello.

Telefono Viola  Bergamo,Reggio Emilia,Piacenza,Sicilia

APPELLO PER I DIRITTI, LA LIBERTÀ E LA DIGNITA’ NELLE CURE PSICHIATRICHE
In occasione dei 40 anni della legge “180”, impropriamente nota come legge basaglia, dal
nome dello psichiatra che ispirò il movimento di superamento del manicomio in italia, ma che non se ne assunse mai la paternità, i sottoscritti:

1. ricordano che la legge 180 del 1978 fu una “controriforma”, giacché fu approvata allo scopo di impedire la celebrazione del referendum promosso dal partito radicale, che se approvato avrebbe realmente “riformato” il trattamento psichiatrico confinando le “cure involontarie” alle situazioni di effettiva urgenza ed indifferibilità;

2. Rilevano che la disciplina introdotta riguardo al trattamento sanitario obbligatorio:

a) presenta plurimi profili di inadeguatezza costituzionale concernendo una condizione di
coercizione sprovvista delle garanzie di difesa tecnica e di contraddittorio, basata su
presupposti indeterminati, priva di una verifica di legalità precedente il ricovero
coatto;
b) ha evidenziato come le figure di garanzia, comunque inadeguate, previste dalla
procedura: dai medici, al sindaco, al giudice tutelare, abbiano totalmente disatteso il
rispettivo ruolo attribuito a tutela del “paziente” e del rischio di abuso, muovendosi
attraverso “automatismi” burocratici sordi ad ogni ragione di rispetto della persona;
c) ha manifestato la sua inadeguatezza lasciando sul terreno “vittime” della fase di
applicazione come della fase di esecuzione concreta del trattamento coercitivo. Oggi
subire un TSO (un morto all’anno su 8.000 TSO) è statisticamente oltre 3 volte più
rischioso che arrampicarsi in roccia senza imbragature, corde o protezioni (un morto
ogni 27.000 arrampicate);

3. Denunciano la situazione di oggettiva impunità in capo agli operatori psichiatrici che
effettuano interventi coatti giustificati spesso in nome dello stato di necessità e del diritto alla cura, dimenticando che tale diritto deve armonizzarsi, costituzionalmente, con il corrispettivo diritto a rifiutare le cure, garantito a tutti i cittadini e ribadito della recente legge 219 del 2017 recante “norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”.