REMS: NORMATIVA e PARADOSSI

Spesso le normative relative agli ambiti assistenziali, sanitari ed educativi si rivelano come un alibi per lo stato, una tutela difensiva da attuare nei confronti di chi metterebbe a repentaglio “la convivenza sociale democratica”. Ecco che allora si impreziosiscono sempre più i sistemi del controllo, validi per l’utenza, per gli operatori e per la cittadinanza: a meritare rispetto e salvaguardia sono soltanto le istituzioni, un’impersonale struttura ideologica alla quale deve far riferimento chi non vuole rischiare ritorsioni. Ingiustizia sociale e carenza di luoghi non strutturati, ove gli individui possano condividere l’esigenza di soddisfare bisogni primari e socialità, creano il presupposto per soluzioni calate dall’alto e regolamentate ad hoc. Il dibattito si arena quando prevale l’esigenza istituzionale di stabilire i rapporti di forza: da un lato, tramite il Codice Penale, si dettagliano i crimini, dall’altro si inducono i contesti di marginalità affinché si possano avviare gli interventi. Da questo punto di vista è la logica delle istituzioni totali a nutrire la vasta rete dell’organizzazione assistenziale e a vincolare ogni libertà professionale, evidenziando i paradossi strumentali che agiscono in modo capillare sul controllo effettivo, preventivo e formativo.
Ogni luogo edificato per togliere dalla circolazione chi viene ammantato da un artificioso alone di pericolosità è di fatto una minaccia per la libertà di ogni individuo. Alimentando la confusione fra libertà e privilegio, si strutturano le modalità repressive.
Adrian Raine, autore di The anatomy of violence, oltre ad offrire il suo contributo alla criminologia deterministica, sostiene che chi soffre di bradicardia (battito cardiaco rallentato) sia predisposto alla paura e, di conseguenza, a reagire alle difficoltà con comportamenti violenti. Gli esiti delle ricerche genetiche finalizzate a trovare nel DNA la causa dei comportamenti asociali o reattivi si sono rivelati inconsistenti e approssimativi; ora si insiste nel voler dimostrare le cause organiche dell’aggressività affinché si possano giustificare gli interventi “terapeutici” a tutela della società “sana”, interpretando questo termine con il significato di “produttiva, normale e omologata”.
Ogni volta che questi esperti elencano i criteri entro i quali collocare l’anormalità emerge un nuovo paradosso, quello di confondere cause ed effetti. In alcune cartelle cliniche dei reparti psichiatrici, senza alcuno scrupolo, viene enunciata “l’innata incapacità di adattamento alla cultura ospitante” per descrivere le contraddizioni vissute intimamente da alcuni migranti. Viene dato per scontato che la capacità di adattamento sia un fattore naturale e non acquisito con l’esperienza, che la cultura ospitante non debba mettere in discussione i propri valori e, soprattutto, che non si critichi un modello di sviluppo nel quale la tutela dei privilegi e il mantenimento delle disuguaglianze sociali necessitano di strutturare il controllo.
Il linguaggio innovativo utilizza termini come “inclusione”, “comprensione”, “reciprocità”: parole che diventano aleatorie quando al cosiddetto utente non si lascia alcuna scappatoia decisionale e i rapporti con gli operatori sono mediati da procedure gerarchiche. Le nomenclature giustificano la coercizione ed elaborano i contesti utili ad individuare le marginalità coatte.
Qualche anno fa alcuni “sinceri democratici” gridarono allo scandalo e si adoperarono per la “chiusura degli OPG” (ospedali psichiatrici giudiziari). Si stabilì l’apertura di nuove strutture: le Residenze per l’Esecuzione di Misure di Sicurezza (REMS) già nella dicitura si ispirano al Codice Rocco!
L’innovazione riguarda l’esiguo numero dei pazienti ricoverati, per il resto si rimane in un limbo fra sanità, vigilanza e punizione. La correlazione fra telecamere collegate alle forze dell’ordine, vetri antisfondamento, sistemi di controllo affidati alle prefetture e programmi terapeutici riabilitativi, che contemplano letti di contenzione e coercizione chimica, descrive la realtà di queste strutture sulle quali è calato un sipario oscuro. Sul sito dei ministeri ci sono foto di villette con giardino e personale infermieristico sorridente, ma a Castiglione delle Stiviere (sede di un OPG) sembra che il cambiamento vada poco oltre la sostituzione della targa posta all’ingresso: vi sono ancora internate più di duecento persone e, affinché la sua legittimità non venga messa in discussione, è considerato un luogo provvisorio del sistema polimodulare delle REMS. Questo raggiro idiomatico, utile a mantenere quasi intatte le vecchie strutture, svela la concretezza delle istanze che hanno ispirato la legislazione sul cosiddetto “superamento degli OPG”: a Volterra il padiglione Morel dell’ospedale è una REMS e il suo aspetto è, a dir poco, inquietante.
Rifacendosi alle misure di sicurezza detentive la legge, che istituisce le REMS, è un’appendice del Codice Penale; occupandosi di “persone inferme di mente che hanno commesso reati” può stilare protocolli per contenerne la pericolosità. É questo un altro espediente per attuare il prolungamento della detenzione, o della libertà vigilata, oltre i termini stabiliti dai tribunali. Le linee guida stabiliscono che le attività terapeutiche debbano essere “personalizzate” (altro alibi per giustificare i trattamenti più invasivi?), possano rientrare in una riabilitazione vigilata “non detentiva” e prevedano una socializzazione graduale, tanto che all’interno vi sarebbero “persino” il bar, luoghi di culto (teoricamente non soltanto cattolici) e il parrucchiere!
Questi ricoveri avrebbero la caratteristica di essere transitori e quindi non dovrebbero diventare residenze di lunga degenza; il tempo ci darà la possibilità di capire a quali altri luoghi saranno destinati i cosiddetti “ospiti”. Sia nelle REMS, che in tutti gli altri servizi psichiatrici, le terapie vengono somministrate facendo riferimento a patologie prive di un’eziologia scientifica. Gli stessi psichiatri ammettono che le diagnosi servono a concretizzare “un linguaggio condiviso”, però prescrivono trattamenti lesivi alla salute tanto da diventare la causa di conflitti relazionali, arginati poi con altrettanti interventi contenitivi. Si alimenta così un vortice, un vicolo tanto cieco quanto lo è l’ipocrisia insita nel voler escludere altre soluzioni pur di non contrastare i protocolli sanitari.
Qualsiasi essere vivente, anche il più docile, messo alle catene diventa aggressivo, ma si continua ad usare lo stereotipo della presunta pericolosità per programmare gli spazi di intervento di una “scienza” al servizio del controllo sociale e del profitto. Ogni persona perde dignità e libertà se le verrà imposto un marchio: la diagnosi psichiatrica è uno stigma permanente e discriminante.
Analizzando la prassi psichiatrica nel suo complesso i dati sulla coercizione sono tutti in aumento: uso di psicofarmaci, ricorso ai TSO (trattamenti sanitari obbligatori), terapia elettroconvulsiva – non è cambiata da quando la si chiamava elettroshock, semplicemente in alcuni casi viene applicata sotto anestesia-, contenzioni di varia tipologia. E se anche i dati dei decessi sono in aumento, non si cada nel tranello di considerarli “malasanità”: sono la punta di un iceberg che nasconde drammi esistenziali sui quali la società chiude gli occhi delegando le soluzioni a pratiche repressive giustificate da falsi paradigmi medici, legislazioni e ambiguità normative.

Chiara Gazzola

LA CONTENZIONE FARMACOLOGICA DELL’ INFANZIA

a cura del COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO ANTONIN ARTAUD appendice al libro di Wiliam FredianI “SEDUTI e ZITTI!” sull’istituzione scolastica.” edizioni Sensibili alle foglie – gennaio 2020

C’è qualcosa che deve essere ancora scoperto che possa identificare che cosa è l’ADHD e cosa non lo è. (Keith Conners)[1]

Il campo nel quale, negli ultimi anni, si è registrato il maggiore aumento di diagnosi psichiatriche e prescrizioni di psicofarmaci è senz’altro quello dell’infanzia e dell’adolescenza. Oggi a scuola sono sempre di più i bambini che hanno diagnosi psichiatriche, in particolare disturbo dell’adattamento, dell’attenzione, iperattività̀, depressione, disturbo bipolare. L’introduzione di nuove patologie infantili, nell’ultimo Manuale Diagnostico e Statistico (DSM) del 2013, allarga i confini diagnostici tra ciò che è normale e ciò che non lo è, favorendo l’entrata in psichiatria di un numero sempre più alto di bambini, a cui sono prescritti psicofarmaci per periodi più o meno lunghi della loro vita.

Il DSM è oggetto di profonde critiche di metodo e di merito, accusato di aver ampliato a dismisura lo spettro delle patologie psichiatriche. Si tratta di un aumento percentuale, senza precedenti in Italia, e che pone più di un dubbio sull’attuale boom terapeutico a cui sono sottoposte le giovani generazioni nel nostro Paese. Tutti i dati statistici confermano una sensazione diffusa tra chi passa la propria vita, professionale e non, nelle aule della scuola italiana: siamo di fronte a un aumento esponenziale di diagnosi e certificazioni di disabilità, di patologie psichiatriche, disturbi e difficoltà.

L’esplosione delle diagnosi (passate da 1,4% del 1997/98 a 3,1% del 2017/18), mostra come in venti anni esse siano più che raddoppiate: da 123.862 a 268.246. Salta agli occhi il fatto che attualmente la tipologia più diffusa è quella delle disabilità intellettive che da sole rappresentano il 68,4% del totale.[2]

L’attuale tendenza dell’insegnamento e della pedagogia è quella di farsi coadiuvare dalla neuropsichiatria ogni qualvolta un bambino disturba o contrasta i programmi formativi. Il “disagio” comportamentale, invece di essere valutato come un campanello d’allarme nella relazione con l’adulto, viene incasellato come un problema mentale del bambino, dispensando così l’educatore o l’insegnante dal modificare l’approccio educativo e delegando il problema a un neuropsichiatra. “L’educatore così – deresponsabilizzato e dispensato dal dover modificare il proprio approccio educativo – delegherà̀ a un esperto il problema (reale o apparente che sia), il quale lo affronterà̀ dal punto di vista della salute mentale. La pedagogia di stampo più repressivo si rinnova nel tentativo di contenere chimicamente quelle condotte non riconducibili alla norma; così si elimina la soggettività̀, si disciplina quella potenziale libertà presente nell’infanzia che, attraverso desideri e aspirazioni, porterebbe a una personale interpretazione dell’esistenza”.[3]

Vince così il paradigma biologico secondo cui questi bambini hanno qualcosa che non va nel loro cervello e per questo dovranno assumere psicofarmaci. Molti psichiatri trovano più semplice dire ai genitori e agli insegnanti che il bambino ha un disturbo mentale anziché́ suggerire dei cambiamenti rispetto alla genitorialità̀ o all’educazione. Il comportamento considerato deviante e non conforme ai canoni prestabiliti di normalità̀ viene isolato, fotografato, trasformato in diagnosi, strappato al rapporto relazionale insegnante-alunno e, sempre più spesso, curato con i farmaci. La medicalizzazione della scuola è inquadrabile all’interno dell’esigenza di ridurre a una risposta semplice e immediata l’interazione complessa dei diversi fattori che determinano i comportamenti in età̀ evolutiva.[4]

A partire dal 2012 una serie di circolari e direttive ministeriali ha imposto nelle scuole l’individuazione degli alunni con BES (Bisogni Educativi Speciali). I BES sono un immenso calderone che comprende, suddivisi in tre macro categorie, “disabilità”, “disturbi”, “disagi e svantaggi”. Di solito l’acronimo viene usato per indicare solamente i BES di terzo tipo, quelli del “disagio” o dello “svantaggio”.[5] A otto anni dall’avvio della farraginosa macchina dei BES, il MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università̀ e della Ricerca) non ha ancora fornito cifre attendibili sui cosiddetti BES di terzo tipo; ci sono comunque dati che stimano intorno a un milione la cifra totale, fra cui sarebbero compresi 80.000 studenti con ADHD (Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività̀) e circa 400.000 con funzionamento intellettivo ridotto, con un’incidenza pari al 5% sull’intera popolazione studentesca italiana. In mancanza di statistiche più attendibili, sembrerebbe che proprio le difficoltà momentanee, come la timidezza, l’ansia, i dissesti economici, il lutto, i problemi di lingua conseguenti alle migrazioni, e le circostanze avverse della vita siano i principali protagonisti dei pervasivi meccanismi medicalizzanti e psichiatrizzanti che stanno scuotendo dalle fondamenta la scuola italiana.[6] È significativo il fatto che in Italia gli alunni stranieri siano 815.000, il 9,2% dell’intera popolazione scolastica e di questi il 12% sia stato certificato.[7]

Oggi, a scuola, si mira sempre più a un addestramento alla produttività̀, all’efficienza e alla centralità̀ del risultato. Molti insegnanti sono stati convinti dall’autorità̀ dello psichiatra che i bambini che esprimono comportamenti sofferenti abbiano bisogno di farmaci stimolanti per cui i maestri e le maestre hanno rinunciato alla ricerca di soluzioni in classe per risolvere i problemi. In realtà̀ questi docenti dovrebbero essere incoraggiati a cercare e trovare nuovi metodi nell’educazione.

Insegnare dovrebbe dare priorità̀ alla relazione, sapere e poter sperimentare approcci didattici e pedagogici a seconda della persona con la quale ci si rapporta. Esistono approcci didattici e pedagogici che, anziché́ sopprimere la spontaneità̀, aiutano gli studenti che manifestano “disagio” ed evitano di trattare il loro cervello in crescita con sostanze altamente tossiche come gli stimolanti. Insegnare è un’attività̀ fluida, cangiante, sfumata, che cambia da persona a persona, da situazione a situazione, proprio perché́ basata sull’interazione e non sui dogmi. L’attività̀ dell’insegnamento ha tante caratteristiche, ma non dovrebbe avere quella dell’assolutezza, dell’indiscutibilità̀, della categoricità̀. Non esistono metodi validi in assoluto: insegnare è un’attività̀ che fa interagire soggettività̀, singole e di gruppo. Significa condividere pezzi di vita, conoscenze ed esperienze. Non indottrinare, ma interagire; non preparare al lavoro, ma preparare alla vita.[8]

Una delle diagnosi fra le più diffuse a scuola è quella di ADHD, che raggruppa un insieme di comportamenti considerati inadeguati e anormali dello scolaro, che possono essere causati da innumerevoli fattori, come l’ansia per la scuola o per le verifiche, l’impreparazione scolastica, una classe noiosa, un insegnamento inadeguato, problemi e conflitti a casa o a scuola, cattiva alimentazione e insonnia. La diagnosi di ADHD non mette in relazione lo stato mentale, l’umore e i sentimenti del bambino e non dà luogo a una valutazione completa dei suoi bisogni reali per migliorare l’educazione e la genitorialità̀.

Tale diagnosi ha determinato il ricorso sempre più massiccio all’utilizzo di sostanze psicotrope come il Ritalin, uno stimolante a base di metilfenidato prodotto dalla Novartis Farma Spa, che ha effetti simili a quelli delle anfetamine. Il Ritalin agisce principalmente sulla ricaptazione della dopamina, ma non sono chiare né la gamma completa delle sue interazioni biochimiche, né la modalità̀ d’azione.[9]

Un altro farmaco utilizzato è lo Strattera (atomoxetina), un inibitore della ricaptazione della noradrenalina. La casa produttrice Ely Lilly non è riuscita a farlo approvare per la depressione, ma lo vende come trattamento “non stimolante” per l’ADHD. Molti bambini hanno sviluppato impulsi suicidi e omicidi sotto l’effetto dell’atomoxetina, che può̀ inoltre provocare insufficienza epatica.[10] Negli Stati Uniti, negli ultimi anni, ai bambini piccoli con diagnosi di ADHD viene somministrato l’Adderall, un composto di sali di anfetamina precedentemente utilizzato per la riduzione di peso con il nome di Obetrol, screditato e ritirato dal mercato poiché́ creava dipendenza. Questo farmaco è stato ritirato dal mercato canadese nel 2005 dopo che quattordici bambini sono morti improvvisamente e due hanno avuto un ictus.[11]

Di certo gli stimolanti a qualcosa servono: aiutano il contenimento di comportamenti considerati anormali. I farmaci per l’ADHD sono popolari tra gli insegnati perché́ rendono il loro lavoro più facile, ma è giusto dare farmaci ai bambini per renderli meno disturbanti? Gli stimolanti non producono miglioramenti duraturi rispetto all’aggressività̀, al disturbo della condotta, agli atteggiamenti violenti, all’efficacia negli apprendimenti, alle relazioni.[12]

Ebbene, anche nel caso in cui gli psicofarmaci producessero risultati positivi dal punto di vista del comportamento a scuola, sarebbero d’aiuto per il bambino? Oltre ad agire solo sui sintomi e non sulle cause della sofferenza della persona, gli psicofarmaci alterano il metabolismo e le percezioni, rallentano i percorsi cognitivi e ideativi contrastando la possibilità̀ di fare scelte autonome, generando fenomeni di dipendenza e assuefazione del tutto pari – se non superiori – a quelli delle sostanze illegali classificate come droghe pesanti. Presi per lungo tempo, possono portare a danni neurologici gravi che faranno del bambino un disabile.

È compito degli adulti difendere le nuove generazioni tornando a riflettere sull’importanza dell’ambito sociale, comunitario e relazionale per la loro educazione. È necessario che genitori, insegnanti, educatori e tutti coloro che hanno a che fare con i bambini, non cedano al riduzionismo psichiatrico, non psichiatrizzino ogni comportamento disturbante e/o sofferente, affinché́ la fantasia, il senso critico e la libertà di scelta possano continuare a caratterizzare l’infanzia.[13]

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud-Pisa
antipsichiatriapisa@inventati.org – www.artaudpisa.noblogs.org 335 7002669 via San Lorenzo 38 Pisa

[1] Keith Conners, psicologo americano, storico pioniere degli studi sull’ADHD e “padre” del test Conners Rating Scale, uno degli strumenti diagnostici più utilizzati nelle scuole per accertare l’ADHD.

[2] http://www.giornale.cobas-scuola.it/ossessione-diagnostica/

[3] Gazzola C., Ortu S., Divieto d’infanzia, BFS Edizioni, Pisa, 2018, p. 11.

[4] http://www.giornale.cobas-scuola.it/richiamo-allordine/

[5] Gazzola C., Ortu S., Divieto d’infanzia, op. cit.

[6] http://www.giornale.cobas-scuola.it/ossessione-diagnostica/

[7] Santerini M., “Diamo a ciascuno il tempo di cui ha bisogno”, in: Conflitti. Rivista italiana di ricerca e formazione psicopedagogica, n. 3, 2017, p. 32.

[8] http://www.giornale.cobas-scuola.it/richiamo-allordine/

[9] Esposito A., Le scarpe dei matti, Ad Est dell’Equatore Editore, Napoli, 2019.

[10] Whitely M., “Strattera a sad story (warning it may make you want to kill your- self)”, 2015, su http://www.speedupsitstill.com/strattera/

[11] Gotzsche P.C., Psichiatria letale e negazione organizzata, Fioriti Editore, Ro- ma, 2017.

[12] Whitaker R., Indagine su un’epidemia, Fioriti Editore, Roma, 2013. 13 Gazzola C., Ortu S., Divieto d’infanzia, op. cit.

[13] Gazzola C., Ortu S., Divieto d’infanzia, op. cit.

CRIMINI DI PACE: ELENA 19 ANNI ARSA VIVA IN UN REPARTO PSICHIATRICO

Il 13 agosto, nell’ ospedale papa Giovanni XXIII di Bergamo, divampa un incendio. A seguito di ciò muore una ragazza di diciannove anni, legata ad un letto di contenzione. Il suo nome è Elena. La direzione sanitaria si affretta, attraverso gli organi di stampa, a giustificare la contenzione come forma di tutela esercitata proprio “a beneficio” della paziente, rea di aver precedentemente tentato il suicidio.

La morte di Elena, è sicuramente un dramma personale che esige cautela nell’ affrontarlo. Rispettando soprattutto  il dolore di chi l’ha amata. Tuttavia non si può neppure considerare un episodio isolato.
Vorremmo ricordarli tutti e tutte. Nome per nome. Ma la lista di quanti e quante hanno perso la vita in reparto in circostanze, per certi versi analoghe, è  interminabile. Le morti in spdc (Servizi psichiatrici diagnosi e cura) esprimono realisticamente lo stato dell’ arte della democratica psichiatria post manicomiale a più di 40 anni dall’ entrata in vigore della legge 180. La mesta continuità con cui si verificano evidenzia la contraddizione di una presa in carico giustificata dalla cura del paziente, che passa attraverso la coercizione, la disumanizzazione, il panottismo.

Come mai una pratica, che la legge contempla come eccezione e rispetto alla quale ha elaborato protocolli d’ applicazione, viene esercitata con sistematicità e in modo assolutamente “discrezionale” ? I reparti ospedalieri restano non luoghi di rimozione della coscienza collettiva. Universi concentrazionari  dove si consuma ferocemente la separazione fisica e concettuale tra sani e malati. La segregazione  a cui i/le pazienti sono sottoposti/e  registra quanto ancora sia in voga il paradigma manicomiale. Quanto la psichiatria  declini il proprio intervento in chiave custodialistica. Quasi a voler ancora salvaguardare le relazioni sociali dalla contaminazione con lo stato morboso.

Inoltre, in nome della tanto sbandierata sicurezza, ogni stanza è dotata di telecamera, collegata ad un pannello situato in un luogo centrale del reparto. Dietro al monitor si presume esserci un infermiere/sorvegliante. Viene da chiedersi: come mai la tecnologia a disposizione del personale  si è rivelata inefficace circa lo scopo per la quale è stata impiegata? Perché non ha messo in sicurezza i pazienti? In verità dietro alle lenti si rifrange l’occhio clinico, programmato per registrare quei comportamenti “utili” all’economia delle diagnosi. Proprio le pratiche che sussistono nei reparti  rivelano i motivi economico politici a suffragio dei neo manicomi. Non luoghi deputati a dar visibilità alla malattia mentale. A dargli un nome che rientri nella tassonomia diagnostica. Il tema della sicurezza è una scusa per aggirare la normativa sulla privacy. Un alibi utile ad accreditare l’ associazione tra comportamento deviante e valutazione clinica.

Ciò che viene comunemente percepito come una misura di tutela, si rivela così un buon strumento per definire con più enfasi, il profilo patologico del paziente. D’altronde, quest’ ultimo potrà impugnare le riprese video a crimine già avvenuto, quando è ormai vittima conclamata di un abuso. La storia di Mastrogiovanni dice forse qualcosa?

La 180 è una rivoluzione tradita. Oggi dei suoi principi ispiratori non resta che la retorica. Eppure, dalla lettura del presente, emergono le stesse contraddizioni di sempre!
La triste vicenda di Elena non può esser archiviata come un incidente o un episodio di malasanità. Fermare le morti in spdc vuol fare i conti con i diritti negati, con lo stato d’ abbandono che vivono i/le pazienti. Una deprivazione che si esprime ad un livello fisico, affettivo, quanto giuridico.
“…E dunque, non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te” .

La morte di Elena è un fatto che riguarda tutti. Per questo viene spontaneo scandire, anche con rabbia, due parole: verità e giustizia.
La morte di Elena è un ulteriore crepa, nel muro di menzogne e complicità, che la psichiatria clinica erige intorno alle proprie pratiche e alla propria cultura.

BASTA MORTI NEI REPARTI PSICHIATRICI!!

operatori ex Telefono Viola – Bergamo,  Telefono Viola – Sicilia, Telefono Viola – Piacenza

www.telefonoviola.org

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa

 

ANCORA SEQUESTRI IN MANICOMIO

Ieri, giovedì 22 agosto siamo intervenuti presso il reparto S.P.D.C del Policlinico S.Matteo di PAVIA.Per l’ennesima volta la persona ricoverata da una ventina di giorni in regime volontario (dopo 10 giorni  in T.S.O)  gli veniva impedito di uscire dal reparto.

Sono anni che entriamo nei reparti e verifichiamo personalmente che il sequestro di persona è la prassi.

Ormai tutti gli psichiatri si autoproclamano “basagliani”, sopratutto quando si devono confrontare con noi, ma poi nei fatti, consolidano le consuete pratiche manicomiali, ancora oggi riscontrabili presso i vari servizi territoriali, ospedalieri e residenziali che la psichiatria è in grado di predisporre nei vari territori.

Oggi 23 agosto la persona interessata è uscita dal manicomio!

Una gioia che ci stimola nel proseguire nel complesso e tortuoso percorso che abbiamo intrapreso da alcuni anni. La loro sconfitta dimostra chiaramente che con la determinazione della persona rinchiusa e il supporto esterno in grado di porre al muro le istanze blaterate dai medici, la libertà la si riconquista.

Rilanciamo l’appello indirizzato ai soggetti interessati a collaborare con noi, di contattarci per poter aumentare le  forze e conseguentemente essere ancora più presenti e incisivi nelle varie circostanze in cui le persone richiedono un reale sostegno.

TELEFONO VIOLA – Piacenza              www.telefonoviola.org

N.B  la pagina fb ” telefono viola.org”  da tempo non è gestita da noi e riporta contenuti che non sono mai stati condivisi da chi gestisce ancora questo sito (Telefono Viola di Piacenza e della Sicilia) anche se fornisce i nostri riferimenti.

 

 

STOP ELETTROSHOCK

NO ELETTROSHOCK!
PRESIDIO INFORMATIVO CONTRO L’USO DELL’ELETTROSHOCK
SABATO 1 GIUGNO alle ore 16  a PISA
c/o Ingresso Ospedale S. Chiara in Via Paolo Savi angolo via Niccolò Pisano

STOP ELETTROSHOCK!

L’elettroshock oggi viene chiamato TEC (terapia elettroconvulsiva) ma rimane la stessa tecnica inventata nel 1938 da Cerletti e Bini. Si tratta di corrente elettrica che passando dalla testa  e attraversando il cervello produce una convulsione generalizzata. Migliorandone le garanzie burocratiche, così come introducendo alcune modifiche nel trattamento, vedi anestesia totale e farmaci miorilassanti , non si cambia la sostanza della TEC.
A più di ottanta anni dalla sua invenzione, possiamo affermare che l’elettroshock è l’unico trattamento, che prevede come cura una grave crisi organica dei soggetti indotta a tale scopo, mai dichiarato obsoleto.

Perché questo trattamento medico – che per stessa ammissione di molti psichiatri che lo hanno applicato e che continuano ad applicarlo – utilizzato in passato come metodo di annichilimento dell’umano, come strumento di tortura, come mezzo repressivo contro la disobbedienza, non viene dichiarato superato dalla storia e dalla scienza?

È sufficiente praticare un’anestesia totale per rendere più umana e dignitosa la sua applicazione?
Basta chiamarla terapia per renderla legittima?
Possono dei benefici temporanei, che per avere effetto devono comunque essere accompagnati dall’assunzione di psicofarmaci, essere un valido motivo per usare questo trattamento?
Si possono ignorare gli effetti negativi dell’elettroshock?

In Italia, sul finire degli anni novanta, i presidi sanitari dove era possibile praticare l’elettroshock erano nove – sei pubblici e tre privati. Venne presentata una campagna, “Sdoganare l’elettroshock”, dai più illustri psichiatri organicisti aderenti all’AITEC (Associazione Italiana Terapie Elettroconvulsive), che principalmente chiedeva due cose: un aumento dei presidi autorizzati tale che si potesse coprire la richiesta di una struttura ogni milione di abitanti e la promozione di iniziative culturali tese ad una rivalutazione di quella che era la percezione pubblica dell’elettroshock. Fu così che gli apparati politici italiani intervennero in materia predisponendo, per la prima volta, un percorso teorico e normativo che identificasse delle linee guida condivise tra apparati istituzionali pubblici e privati e le richieste della psichiatria.

In Italia negli ultimi anni si tende a incentivare l’utilizzo delle terapie elettroconvulsive, non solo come estrema ratio ma anche come prima scelta. Per esempio nel trattamento delle depressioni femminili entro i primi tre mesi di gravidanza, poiché ritenuto meno pericoloso degli psicofarmaci nei primi periodi di gestazione umana. Anche per quanto riguarda ipotetici problemi di depressione post partum  la TEC viene addirittura pro-posta quale terapia adeguata e meno invasiva per le neo mamme rispetto agli psicofarmaci o ad un Trattamento Sanitario Obbligatorio.

Nel 2011 le strutture ospedaliere coinvolte, cioè quelle che hanno eseguito almeno una TEC in un anno, erano 91. Nel triennio che va dal 2008 al 2010, 1.406 persone sono state sottoposte a elettroshock. La maggioranza dei trattamenti riguarda le donne, 821 contro 585 uomini, e la fascia d’età va in media dai 40 ai 47 anni. Nel 2008 i pazienti over 75 che hanno subito la TEC erano 21, l’anno dopo 39.
Oggi i centri clinici dove si fa l’elettroshock sono 16 e i pazienti all’incirca 300 l’anno.
I meccanismi di azione della TEC non sono noti. Per la psichiatria «rimane irrisolto il problema di come la convulsione cerebrale provochi le modificazioni psichiche» e «non è chiaro quali e in che modo queste modificazioni (dei neurotrasmettitori e dei meccanismi recettoriali) siano correlate all’effetto terapeutico» (G. B. Cassano, Manuale di Psichiatria). Ma per chi subisce tale trattamento la perdita di memoria e i danni cerebrali sono ben evidenti e possono essere rilevati attraverso autopsie e variazioni elettroencefalografiche anche dopo dieci o venti anni dallo shock.
Ciò che resta di certo, quindi, è la brutalità, la totale mancanza di validità scientifica e l’assenza di un valore terapeutico comprovato.
Ci teniamo, quindi, a ribadire che nonostante le vesti moderne l’elettroshock rimane una terapia invasiva, una violenza, un attacco all’integrità psicologica e culturale di chi lo subisce. Insieme ad altre pratiche psichiatriche come il TSO, l’elettroshock è un esempio, se non l’icona, della coercizione e dell’arbitrio esercitato dalla psichiatria. Il percorso di superamento dell’elettroshock e di tutte le pratiche non terapeutiche deve essere portato avanti e difeso in tutti i servizi psichiatrici, in tutti i luoghi e gli spazi di cultura e formazione dove il soggetto principale è una persona, che insieme ai suoi cari, soffre una fragilità.

COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO ANTONIN ARTAUD – PISA
COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO SENZANUMERO – ROMA

INDAGINE SU UN’EPIDEMIA. Lo straordinario aumento delle disabilità psichiatriche nell’epoca del boom degli psicofarmaci

Recensione di BALDIG 77 al nuovo libro di Robert Whitsaker

«Indagine su un’epidemia. Lo straordinario aumento delle disabilità psichiatriche nell’epoca del boom degli psicofarmaci» di Robert Whitaker, edizioni Giovanni Fioriti

«Se disponiamo di trattamenti davvero efficaci per i disturbi psichiatrici, perché la malattia mentale è diventata un problema di salute sempre più rilevante? Se quello che ci è stato raccontato finora è vero, cioè che la psichiatria ha effettivamente fatto grandi progressi nell’identificare le cause biologiche dei disturbi mentali e nello sviluppare trattamenti efficaci per queste patologie allora possiamo con concludere che il rimodellamento delle nostre convinzioni sociali promosso dalla psichiatria è stato positivo. … Ma se scopriremo che la storia è diversa – che le cause biologiche dei disturbi mentali sono ancora lontane dall’essere scoperte e che gli psicofarmaci stanno, di fatto, alimentando questa epidemia di gravi disabilità psichiatriche – cosa potremo dire di aver fatto? Avremo documentato una storia che dimostra quanto la nostra società sia stata ingannata e, forse, tradita».

Il libro di Whitaker è un percorso, uno studio storico e scientifico dalla nascita degli psicofarmaci fino a oggi. La domanda di partenza è: come mai nell’era del boom degli psicofarmaci c’è un aumento delle disabilità psichiatriche?

Se davvero sono avvenuti questi progressi ci dovremmo aspettare una riduzione dei pazienti in psichiatria, che dovrebbe essere ancor più evidente con l’avvento degli psicofarmaci di seconda generazione dal 1988 in poi. Invece il numero dei casi di persone che hanno una disabilità cronica dopo l’uso degli psicofarmaci è in aumento. Gli psicofarmaci, oltre ad agire solo sui sintomi e non sulle cause della sofferenza della persona, alterano il metabolismo e le percezioni, rallentano i percorsi cognitivi ed ideativi contrastando la possibilità di fare scelte autonome, generano fenomeni di dipendenza ed assuefazione del tutto pari, se non superiori, a quelli delle sostanze illegali classificate come droghe pesanti, dalle quali si distinguono non per le loro proprietà chimiche o effetti ma per il fatto di essere prescritti da un medico e commercializzate in farmacia.

Le cause biologiche dei “disturbi mentali” sono ancora lontane dell’essere scoperte, invece sono gli psicofarmaci – dagli studi scientifici che Whitaker ci mostra – che presi a lungo andare portano a gravi squilibri chimici nel nostro cervello. Nella nostra società è dato per scontato dalla maggioranza della popolazione che la depressione è associata ad una mancanza di serotonina, ma come ci spiega bene il libro “indagine su un’epidemia” non c’è nessun studio scientifico che lo dimostra.

Negli ultimi 40 anni, la psichiatria ha rimodellato, in profondità, la nostra società. Attraverso il suo Manuale Diagnostico e Statistico (DSM) la psichiatria traccia la linea di confine fra ciò che è normale e ciò che non lo è. La nostra comprensione sociale della mente umana, che in passato nasceva da fonti di vario genere, ora è filtrata attraverso il DSM. Quello che finora ci ha proposto la psichiatria è la centralità degli “squilibri chimici” nel funzionamento del cervello, ha cambiato il nostro schema di comprensione della mente e messo in discussione il concetto di libero arbitrio. Ma noi siamo davvero i nostri neurotrasmettitori?

L’allargamento dei confini diagnostici favorisce il reclutamento, in psichiatria, di un numero sempre più alto di bambini e adulti. Oggi a scuola sono sempre di più i bambini che hanno una diagnosi psichiatrica e ci è stato detto che hanno qualcosa che non va nel loro cervello e che è probabile che debbano continuare a prendere psicofarmaci per il resto della loro vita, proprio come un “diabetico che prende l’insulina”.

Fermare l’epidemia è possibile? Rompendo il legame fra psichiatria e multinazionali produttori dei farmaci e se gli psichiatri ascoltassero i loro pazienti su quello che hanno da dire sui gravi effetti collaterali, forse avremo pochi che proseguano un trattamento psicofarmacologico a lungo termine.

OPERATORI,VOLONTARI,ATTIVISTI,COLLABORATORI…CERCANSI

Da sempre il lavoro,non retribuito,di gestione del TELEFONO VIOLA è portato avanti da volontari/operatori.

Se vuoi collaborare in qualche maniera,(al di là della gestione diretta della linea)con le tue personali disponibilità,CONTATTACI!!

Da sempre siamo alla ricerca di nuove collaborazioni con legali e medici ma qualunque sia la tua professione.CONTATTACI!!     Sarai il benvenuto!!

Per comprendere maggiormente il progetto che portiamo avanti da anni,consulta il sito.

Per chi fosse interessato ci contatti dal 1.9.Ovviamente sarà necessario incontrarci personalmente e valutare se ci sono le condizioni per poter collaborare.Contattateci  tramite i nostri numeri…
(ricordiamo che non comunichiamo tramite i social e/o e-mail).
NON ABBIATE TIMORE,FATEVI AVANTI,
la vostra disponibilità sara’ certamente utile per le tante persone che ci contattano e/o incontriamo personalmente.
a presto!
Gli operatori del Telefono Viola di  Bergamo,Piacenza,Reggio Emilia,Sicilia.

APPELLO per i DIRITTI,LA LIBERTA’ e LA DIGNITA’ NELLE “CURE” PSICHIATRICHE.

Pubblichiamo questo appello prodotto da realtà impegnate in un percorso finalizzato alla riforma della legge 833 che regola il T.S.O .(proposta di legge:”la libertà è terapeutica”).

Per quanto ci riguarda non siamo per riformare il T.S.O,ma per  abolirlo.

Considerando la realtà attuale riteniamo  opportuno sottoscrivere il seguente appello.

Telefono Viola  Bergamo,Reggio Emilia,Piacenza,Sicilia

APPELLO PER I DIRITTI, LA LIBERTÀ E LA DIGNITA’ NELLE CURE PSICHIATRICHE
In occasione dei 40 anni della legge “180”, impropriamente nota come legge basaglia, dal
nome dello psichiatra che ispirò il movimento di superamento del manicomio in italia, ma che non se ne assunse mai la paternità, i sottoscritti:

1. ricordano che la legge 180 del 1978 fu una “controriforma”, giacché fu approvata allo scopo di impedire la celebrazione del referendum promosso dal partito radicale, che se approvato avrebbe realmente “riformato” il trattamento psichiatrico confinando le “cure involontarie” alle situazioni di effettiva urgenza ed indifferibilità;

2. Rilevano che la disciplina introdotta riguardo al trattamento sanitario obbligatorio:

a) presenta plurimi profili di inadeguatezza costituzionale concernendo una condizione di
coercizione sprovvista delle garanzie di difesa tecnica e di contraddittorio, basata su
presupposti indeterminati, priva di una verifica di legalità precedente il ricovero
coatto;
b) ha evidenziato come le figure di garanzia, comunque inadeguate, previste dalla
procedura: dai medici, al sindaco, al giudice tutelare, abbiano totalmente disatteso il
rispettivo ruolo attribuito a tutela del “paziente” e del rischio di abuso, muovendosi
attraverso “automatismi” burocratici sordi ad ogni ragione di rispetto della persona;
c) ha manifestato la sua inadeguatezza lasciando sul terreno “vittime” della fase di
applicazione come della fase di esecuzione concreta del trattamento coercitivo. Oggi
subire un TSO (un morto all’anno su 8.000 TSO) è statisticamente oltre 3 volte più
rischioso che arrampicarsi in roccia senza imbragature, corde o protezioni (un morto
ogni 27.000 arrampicate);

3. Denunciano la situazione di oggettiva impunità in capo agli operatori psichiatrici che
effettuano interventi coatti giustificati spesso in nome dello stato di necessità e del diritto alla cura, dimenticando che tale diritto deve armonizzarsi, costituzionalmente, con il corrispettivo diritto a rifiutare le cure, garantito a tutti i cittadini e ribadito della recente legge 219 del 2017 recante “norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”.

FRA DIAGNOSI e PECCATO la discriminazione secolare in psichiatria e nella religione

A QUARANT’ANNI DALLA  LEGGE  180
I MANICOMI SONO ANCORA TRA NOI!

SABATO  23  GIUGNO

presentazione del libro

FRA  DIAGNOSI e PECCATO – LA DISCRIMINAZIONE SECOLARE NELLA PSICHIATRIA E NELLA RELIGIONE

Approfondimento inedito e dettagliato del legame fra la disciplina psichiatrica e gli ambiti religiosi. Emerge una pianificata incoerenza fra gli intenti dichiarati e una prassi, sia storica che attuale, legittimata nell’amministrare un’esclusione sociale edificata sul controllo e sul profitto. Attraverso il labile concetto di “norma comportamentale” viene sancita ogni devianza, declinandola sui peccati e sulle diagnosi. Fra senso di colpa, paura, emarginazione, conformismo, paradossi filosofici, punizioni e sofferenza si collocano le esperienze eccezionali di chi ha saputo resistere, di chi non ha accettato l’annientamento della propria libertà. La volontà di ricostruire una memoria cancellata dai timbri maschili darà voce a un coro femminile che ridipingerà contesti storici e pensieri scomodi. Se l’umanità non temesse l’imprevedibilità, potrebbe non delegare le soluzioni a elaborazioni totalitarie. L’analisi è completata da un’intervista a un esorcista e dalle conversazioni con il medico Giorgio Antonucci e con l’antropologa Michela Zucca.

sarà presente l’autrice CHIARA GAZZOLA

ORE  18
presso lo spazio esterno della BIBLIOTECA DI STRADA – VIA SERRAVALLE – ZONA INFRANGIBILE – PIACENZA

A SEGUIRE
Buffet vegan di autofinanziamento

organizza  TELEFONO VIOLA di Piacenza

www.telefonoviola.org    www.telefonoviolapiacenza.blogspot.it

fb:telefonoviola.org – Non comunichiamo tramite facebook ma solo per telefono.

Da Cinisello Balsamo(Mi),aggiornamento riguardo alla vicenda di S.D.

Con grande piacere comunichiamo che S.D. ha deciso in data 14.5 di non accettare il trasferimento presso una comunità psichiatrica ma di far rientro a casa.

Finalmente ricontreremo S.D. lontano dalle mure dei neo-manicomi anche se riteniamo che il manicomio sia in realtà non  solo un luogo di reclusione ma una logica che squalifica la persona,classificata dalla pseudo-scienza psichiatrica,una “malata” a cui troppo spesso vengono imposte fantomatiche “cure e tutele”…A quarant’anni dalla legge 180 la cultura manicomiale è ancora ben presente tra i vari servizi psichiatrici,tra le aule dei tribunali e nella stessa società in cui viviamo.Rompiamo il silenzio  imposto dalla violenza psichiatrica e sosteniamo chi vuole alzare la testa per riprendersi libertà e dignità ,spesso negate.L’indifferenza è complicità!

Cinisello Balsamo(Mi)18.5.2018

TELEFONO VIOLA -Piacenza
TELEFONO VIOLA -Sicilia

www.telefonoviola.org